CARMELO ABBATE.
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IL REGNO DEI CASTI.
Viaggio segreto nell'anima nera della Chiesa degli uomini.
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Parte 1.
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Edizione  Nuova ed .
2017. Editrice PIEMME, MILANO.
ISBN 978-88-566-6062.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Il libro.
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«La percentuale di preti pedofili vicina al 7 per cento è intrinseca al sistema. Francesco è il papa della tolleranza zero verso la pedofilia, ma i vescovi, i suoi rappresentanti sul territorio, resistono al cambiamento.» Sono le sconcertanti parole di Richard Sipe, universalmente riconosciuto come il massimo esperto al mondo per le problematiche sessuali all’interno della Chiesa Cattolica, l’uomo che con i suoi studi ha permesso di scoperchiare il vaso di Pandora che ha dato vita al caso Spotlight, poi celebrato da Pulitzer e Oscar. È proprio la lucida e documentata analisi che Sipe condivide con Abbate ad aprire le pagine di questo libro, e a illuminare la scena oscura e segreta degli scandali nel Regno dei Casti.
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Sacerdoti di ogni nazionalità che si dividono tra le stanze di via della Conciliazione e la movida della Roma by night. Esperienze di escort e chat. Seminaristi e suore che vivono di nascosto la propria sessualità, sia etero che omosessuale. Festini hard, scambismo, orge. No, non manca nulla in questa impeccabile indagine da undercover reporter, un reportage ricco di rivelazioni, dialoghi serrati, incontri segreti, testimonianze, a volte dolenti a volte sconcertanti, per un percorso che prende il via dai dintorni del Vaticano e si dipana ovunque nel mondo. Un’inchiesta che ha un solo obbiettivo: non voltare lo sguardo, provare a capire, contrastare l’omertà e il silenzio, scegliere di raccontare sempre. Ci sono anche situazioni più "normali" di preti che, ovviamente nel nascondimento, hanno famiglia, magari dei figli. Oppure una fidanzata "regolare", come il sacerdote che qui rilascia una lunga e significativa intervista esclusiva.
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La pagina più dolorosa e tristemente attuale riguarda invece gli abusi sessuali sui minori compiuti da preti. Sono loro i lupi che sbarrano la strada al rinnovamento voluto da papa Francesco, loro e le gerarchie che non di rado li proteggono. Come illustrano i casi qui elencati, il lavoro da fare è ancora lungo, moltissime sono le ferite ancora aperte. E assordante il silenzio omertoso.
Documentato e aggiornato alle ultime vicende, oltre all’inedito e scottante I lupi nella Chiesa di Francesco, questo libro raccoglie e attualizza anche due inchieste clamorose e profetiche – tanto che la prima, Sex and the Vatican, è entrata a far parte dei documenti che il dimissionario Benedetto sedicesimo ha consegnato al suo successore. Illustrandone i clamorosi sviluppi.
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L’autore.
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Carmelo Abbate (Castelbuono, 5 agosto 1971) è un giornalista, saggista e scrittore italiano. Alcune sue inchieste hanno attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo – da Newsweek al Washington Post, dalla CBS al Guardian, dalla BBC a France2, da El Mundo alla Pravda, fino alla tv iraniana. Commentatore per trasmissioni Rai, Mediaset, Sky, La7, è tra i protagonisti del programma tv Quarto Grado.
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IL REGNO DEI CASTI.
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Oltre al reportage inedito I lupi nella Chiesa di Francesco, Il regno dei casti raccoglie e attualizza i volumi Sex and the Vatican e Golgota, entrambi pubblicati da Piemme.
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A papa Francesco.
Questa è la realtà.
«La negazione della verità assume spesso la figura dell’omissione voluta e colpevole, condizionata dalla paura o dall’interesse, o anche dalla paciosità: mi guardi il Signore da queste trappole, oggi come allora.» CARLO MARIA MARTINI.
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I LUPI NELLA CHIESA DI FRANCESCO.
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Riparto da lui. Da Richard Sipe, l’uomo che mi aveva illuminato, orientato, supportato nelle mie precedenti inchieste, e che viene universalmente riconosciuto come il massimo esperto al mondo delle problematiche sessuali dentro la Chiesa cattolica.
Sipe è stato monaco benedettino e sacerdote per diciotto anni. Nel 1970 ha abbandonato l’abito talare e si è affermato come psicoterapeuta, studiando proprio la sessualità dei preti.
Venti anni dopo, nel 1990, Sipe raccoglie dati, esperienze, studi, ricavati da oltre 1.500 interviste con religiosi coinvolti in attività sessuali e pubblica il libro A Secret World (Un mondo segreto).
È la prima ricerca sistematica sul celibato sacerdotale: preti che hanno consumato anche se non avrebbero dovuto, uomini finiti a letto con altri uomini o con donne, non tutte consenzienti. Adulti con la tonaca che hanno violentato ragazzini.
Le sue rivelazioni squarciano il velo che copriva queste storie: un velo fatto di silenzi imbarazzanti, di chiacchiericci pruriginosi e di confidenze scambiate solo fra uomini di Chiesa. Cose
che molti sapevano, ma che si riteneva fosse meglio tenere nascoste.
I dati che Sipe pubblica sono sconvolgenti: il 25 per cento dei preti americani ha avuto relazioni
con donne dopo l’ordinazione. Il 30 per cento è gay. Un 20 per cento è stato coinvolto in relazioni omosessuali, ha avuto un conflitto riguardante un’attività sessuale, si è sentito spinto verso un’attività omosessuale o si identifica come omosessuale, ha avuto almeno una serie di dubbi riguardo il proprio orientamento sessuale.
Stando alle conclusioni di A Secret World, il 6 per cento dei preti è coinvolto sessualmente con minori. Stima poi rivista al rialzo nelle ricerche successive: 9 per cento.
Quando ho cominciato a lavorare a Sex and the Vatican, l’inchiesta nella quale ho raccontato un
mondo sotterraneo di orge e scorribande sessuali dei preti italiani, ho cercato subito un contatto con
Richard Sipe, per confrontarmi con le sue indagini specifiche in un settore così coperto da misteri e
segreti. Un argomento tabù nella Chiesa cattolica, dalla quale, peraltro, non sono mai riuscito ad avere
dati e informazioni ufficiali.
Richard Sipe è l’uomo che ha fatto decollare Il "caso Spotlight", l’inchiesta condotta da un team
di giornalisti del «Boston Globe» fra il 2001 e il 2002. È anche grazie a lui se i colleghi americani sono
riusciti a smascherare centinaia di preti coinvolti in casi di pedofilia, e soprattutto a far luce sull’attività
di copertura svolta dalla diocesi di Boston e dall’arcivescovo Bernard Francis Law. (Per inciso, dopo che la vergogna divenne planetaria, il cardinale fu chiamato a Roma come arciprete emerito della Basilica di Santa Maria Maggiore.)
Quando nel 2015 è uscito Il caso Spotlight, il film che poi si è aggiudicato il premio Oscar, ho provato un’emozione fortissima. Ci ho ritrovato il mio stesso percorso. Loro partivano da un caso
specifico, io da un’indagine sul campo tra locali e festini omosessuali romani. Ma l’inchiesta si sviluppava seguendo un’analoga linea investigativa.
Nel Caso Spotlight ho riconosciuto la stessa coltre di silenzio, la stessa cultura del segreto. Lo
stesso sentimento di paura. Il terrore di essere scoperti. Perfino gli stessi atteggiamenti dei vescovi:
sapevano ma tacevano, e non denunciavano. Si limitavano a spostare quei sacerdoti di sede in sede.
Pregando Dio che facessero meno danno possibile.
Avevo raccontato a Sipe quello che avevo scoperto a Roma. E lui aveva scoperchiato davanti ai
miei occhi un vaso di Pandora. Non finirò mai di ringraziarlo per la dedizione, la pazienza, la
correttezza e l’onestà intellettuale
Qualche anno dopo, grazie al Caso Spotlight ho avuto la riprova della bontà del lavoro che
avevo sviluppato partendo dall’Italia e allargando il raggio della mia inchiesta a tutto il mondo, dal
Brasile agli Stati Uniti, dall’Africa all’Europa.
In Sex and the Vatican, il maggior esperto sulla sessualità del clero mi aveva sbattuto in faccia
la verità che avevo cominciato a intravedere: «L’attività sessuale all’interno della Chiesa è largamente
praticata. Lo sanno tutti. È un segreto pubblicamente noto, ma di cui non vuole parlare nessuno».
Avevo capito che i preti erano di fatto coperti da una sorta di immunità sacerdotale, che si nutriva delle
mancate denunce dei vescovi e degli alti prelati.
In un’altra mia inchiesta, Golgota, che si addentrava nel tema della pedofilia dentro la Chiesa
cattolica, sempre Sipe mi aveva esposto una tesi dura, cruda: la scelta del celibato può favorire
tendenze pedofile. «Ho individuato un tipo di inibizione dello sviluppo psicosessuale che è più
frequente nei celibi rispetto alla media della popolazione.» Gli avevo chiesto allora: ma un pedofilo è
tale prima di entrare nella Chiesa o lo diventa dopo? La sua risposta era stata: «Qualcuno, forse, lo è da
prima. Ma dai miei studi la causa sta nella cultura e nella vita all’interno della Chiesa. Per come essa è
strutturata, è impossibile viverci bene se si è dotati di una discreta maturità. La verità è che la maggior
parte dei seminaristi è immatura quando entra nell’istituzione. E tale rimane. Se poi ha una personalità
debole, peggiora. Solo se sei immaturo puoi sopravvivere in questo sistema. Perché devi abbandonare
le tue opinioni personali e sottometterti alle idee dell’istituzione, che è totalizzante».
I proclami non bastano più
Eccomi dunque di nuovo da Richard Sipe, per questa pubblicazione che mette insieme i miei
anni di ricerche sul tema. Lo contatto grazie alla mia amica e collega Erika Suban. Mi risponde al
telefono dalla sua casa in California. Laggiù sono le dieci e trenta del mattino. La sua voce sembra
ancora più squillante di quanto me la ricordassi. Ha 84 anni, ma si direbbe in gran forma.
Gli chiedo se lavora ancora, mi racconta che ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal
titolo Io confesso e che sta scrivendo un secondo libro. Dovrebbe intitolarsi Coraggio alle 3 di notte.
«È importante tenere viva la creatività» mi dice con una fragorosa risata.
Gli chiedo subito il suo parere sull’operato di papa Francesco nel combattere la pedofilia.
«Credo che abbia preso a cuore la questione, ma che non riesca a risolverla fino in fondo. Si
trova di fronte una Curia che fa estrema resistenza a qualunque cambiamento. Nutro molta speranza nei
suoi confronti, anche se dovrebbe esercitare il suo ministero con atti concreti e più forti, contro i preti
pedofili e contro i vescovi che sanno e non denunciano. Voglio dire: i proclami antipedofilia non
bastano più. Bisogna agire, denunciare pubblicamente scandali e coperture. Credo che Francesco abbia
la personalità giusta per risolvere una volta per tutte questo problema. Ha carisma, è proiettato nella
direzione corretta, è sicuramente un passo avanti rispetto alle chiusure e alle rigidità del passato.
Francesco è più cosciente della situazione. Ma ripeto: potrebbe fare di più. Ci sta provando, ma non è
abbastanza».
Rimetto in fila gesti, parole, fatti che riguardano papa Francesco e la pedofilia nella Chiesa.
A fine 2013, il Vaticano ha annunciato la creazione di una Pontificia Commissione per la tutela
dei minori. Un organismo con il compito di proporre al papa «le iniziative più opportune per la
protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, così da realizzare tutto quanto è possibile per assicurare
che crimini come quelli accaduti non abbiano più a ripetersi nella Chiesa». La Commissione è
presieduta dall’arcivescovo americano Sean Patrick O’Malley. Vi siedono anche due vittime di abusi.
Ma una dietro l’altra alzano bandiera bianca. Il primo è Peter Saunders, il quale lascia in polemica con
il cardinale Pell che «si sta prendendo gioco della commissione contro gli abusi, del Papa stesso, ma
soprattutto di tutte le vittime e dei sopravvissuti». A marzo 2017 arrivano anche le clamorose
dimissioni dell’irlandese Marie Collins. «Nonostante il genuino desiderio di Papa Francesco» di avere
assistenza nell’affrontare la piaga degli abusi dentro la Chiesa, la donna lamenta gli «ostacoli da parte
di alcuni membri della curia vaticana al lavoro della commissione». Collins punta il dito contro la
Congregazione per la dottrina per la fede, l’ex Santo Uffizio, ovvero il dicastero più direttamente
coinvolto nell’affrontare i casi di abuso, alla quale imputa una «vergognosa mancanza di
cooperazione». La Commissione vaticana per la tutela delle vittime di abusi rimane senza componenti
laici.
Torniamo all’operato e ai tentativi di papa Francesco. Il 7 luglio 2014 Sua Santità accoglie a
Santa Marta alcune vittime di abusi sessuali. Sei di loro, provenienti da Germania, Irlanda e Regno
Unito, vengono ricevuti in udienza privata.
Durante la messa, papa Francesco pronuncia queste parole: «Davanti a Dio e al suo popolo sono
profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini sessuali commessi da membri del clero nei
vostri confronti, e umilmente chiedo perdono. Hanno profanato la stessa immagine di Dio».
Francesco chiede perdono anche per i «peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa». E
ancora: «L’immagine di Pietro che, vedendo uscire Gesù da questa seduta di duro interrogatorio,
incrocia il suo sguardo e piange mi viene oggi nel cuore incrociando il vostro sguardo, di tanti uomini e
donne, bambini e bambine; sento lo sguardo di Gesù e chiedo la grazia del suo piangere».
Il 2 febbraio 2015, Francesco invia una lettera ai presidenti delle conferenze episcopali e ai
superiori degli Istituti di vita consacrata esortandoli a collaborare con la Commissione per la tutela dei
minori. «Il lavoro che le ho affidato comprende l’assistenza a voi e alle vostre Conferenze, attraverso il
reciproco scambio di prassi virtuose e di programmi di educazione, formazione e istruzione per quanto
riguarda la risposta da dare agli abusi sessuali». Il papa chiede ai vescovi diocesani «di verificare che
nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli
adulti vulnerabili».
Il 10 giugno 2015, nell’incontro con il Consiglio dei nove cardinali per la riforma della Curia
Romana e per il governo della Chiesa, Francesco definisce un nuovo reato nell’ordinamento penale
vaticano: l’«abuso d’ufficio episcopale» per quei vescovi che non danno seguito ai casi di denuncia di
violenze sui minori e sugli adulti vulnerabili da parte del clero. I presuli verranno giudicati da
un’apposita sezione giudiziaria in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede, organismo della
Chiesa che vigila sulla corretta applicazione dei suoi precetti. Questa decisione, suggerita dalla
Pontificia Commissione per la tutela dei minori, vuole spingere i vescovi all’assunzione di
responsabilità di fronte ai casi di pedofilia. Ma si apre un contenzioso giuridico: fino a che punto un
vescovo può essere giudicato e punito?
Alla fine di settembre del 2016, in visita negli Stati Uniti, davanti a trecento vescovi americani
Francesco fa mea culpa per ciò che nella giustizia civile è un reato: «Provo vergogna per quello che è
successo. Da chi ha subito abusi ho ascoltato un lamento profondo. Questi crimini non possono essere
mantenuti in segreto per tanto tempo». Durante il volo che lo riporta a Roma aggiunge: «Sono
colpevoli anche quelli che hanno coperto queste cose. Anche alcuni vescovi che hanno coperto questo.
È una cosa bruttissima. E le parole di conforto, non è come dire: "Stai tranquillo, non è niente!". No,
no. Sono state così: "È stato tanto brutto e io immagino che voi abbiate pianto tanto". In quel senso
sono state le parole. E oggi ho parlato duramente».
L’ultimo gesto di Francesco in ordine di tempo è sbalorditivo: la prefazione a un libro scritto da
una vittima di abusi. Un libro clamorosamente esplicito, senza alcuna reticenza. È uscito nel febbraio
2017: La perdono, padre è la storia di Daniel Pittet, il racconto di un uomo che per tre anni, da
bambino, è stato violentato da un religioso. Nel novembre del 2016, più di quarant’anni dopo, Pittet ha
voluto incontrare il suo aguzzino.
Queste la parole di Francesco nelle pagine che aprono il libro di Pittet: «Come può un prete, al
servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua
vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato "un sacrificio
diabolico", che distrugge sia la vittima che la vita della Chiesa?». E ancora: «Alcune vittime sono
arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la
Chiesa. Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che
soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d’ombra nella vita della Chiesa».
Questi i fatti, per alcuni versi rivoluzionari, ascrivibili a Francesco. Ma anche nel suo papato
rimangono diversi nodi da sciogliere, come dimostra l’abbandono clamoroso di Marie Collins, e come
mi spiega Richard Sipe: «La Commissione, i gesti simbolici, le condanne pubbliche, va tutto bene. Un
elemento positivo è che ora il problema dell’abuso è di sicuro maggiormente sotto i riflettori, si
denuncia anche di più. Ma bisogna cambiare il sistema da dentro. Servirebbe una rivoluzione nella
Curia. Prendiamo per esempio la Commissione per la tutela dei minori. Ha abbastanza potere? No. È
semplicemente un organo propositivo e consultivo per il Pontefice e verso le Conferenze episcopali».
Su questo punto, molti contestano anche il fatto che si riunisca poche volte in un anno. E un suo
componente si è dimesso nel febbraio 2016 in seguito al caso che ha coinvolto il cardinale George Pell.
Il nome del cardinale Pell ci trascina dentro uno dei nodi irrisolti della questione pedofilia nella
Chiesa. Siamo in Australia. Proprio agli inizi del febbraio 2017, la Royal Commission, la Commissione
federale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori, ha diramato le prime
conclusioni sulle sue indagini durate quattro anni. Sono statistiche dell’orrore: il 7 per cento dei preti
cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 a oggi. In tutto, fra il 1980 e
il 2015, ben 4.444 persone hanno denunciato abusi sessuali perpetrati da preti o religiosi appartenenti a
93 organismi della Chiesa cattolica australiana.
Si tratta dell’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia di quel lontano continente,
che ha passato ai raggi x le più diverse realtà: chiese, enti di beneficenza, governi locali, scuole,
organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, perfino la polizia.
Il caso Australia porta alla luce due spinose questioni a me purtroppo note. La prima è
l’insabbiamento nelle alte sfere. Si è continuato a insabbiare anche quando Francesco chiedeva
trasparenza. La seconda è che a un certo punto i commissari hanno chiesto conto in Vaticano.
Speravano di poter ottenere collaborazione e volevano sapere quali provvedimenti fossero stati presi
dalla Santa Sede nei confronti di quegli esponenti del clero che avevano osato lordare tanta innocenza.
«Non è possibile né appropriato fornire le informazioni richieste» si sono sentiti rispondere.
Ancora muri, ancora silenzi, anche nelle singole diocesi: «Le vittime sono state ignorate o
peggio, punite», ha raccontato alla stampa Gail Furness, uno degli avvocati della Royal Commission.
«Le denunce non sono state investigate. Preti e religiosi sono stati trasferiti in parrocchie o comunità
dove nulla si sapeva del loro passato. I documenti non sono stati conservati o sono stati distrutti. Hanno
prevalso la segretezza e gli insabbiamenti.»
Come si spiega un così elevato numero di abusi? E come è possibile che questi casi siano stati
coperti per quasi 70 anni?
Lo chiedo a Richard Sipe.
«Molti dei preti australiani sono sessualmente attivi, non seguono la norma sul celibato, hanno
rapporti regolari. La percentuale di preti pedofili vicina al 7 per cento è intrinseca al sistema. Ci sono
molti cardinali e vescovi che hanno regolarmente rapporti e pensano che questa cosa sia accettabile.
Tutto ciò comporta un alto livello di permissività, anche ai ranghi più bassi, gli ultimi anelli della
gerarchia, insomma. E se alcuni di loro sono pedofili, cioè hanno uno sviluppo psicosessuale deviato,
allora di fatto è ammesso anche che vadano con i bambini. Bergoglio è il papa della tolleranza zero
verso la pedofilia, ma i vescovi, che sono i suoi rappresentanti sul territorio, alla fine fanno quello che
vogliono. Resistono a ogni cambiamento. Il papa ha detto che situazioni di questo tipo non sono
tollerate, ma non vedo nessuna azione decisa nei confronti dei presuli coinvolti».
In alcuni casi c’è stata addirittura la promozione. E qui torna in scena il cardinale George Pell.
Fino al 2014 è stato arcivescovo a Sydney, ricoprendo anche la carica di Primate. Oggi è Prefetto della
Segreteria per l’Economia, in pratica il numero tre del Vaticano. Il cardinale ha trascorso una parte
rilevante del suo ministero in quella terra dove il clero ha commesso i più turpi soprusi sessuali su
minori. Fra il 1996 e il 2001 ha persino guidato la diocesi di Melbourne, che in quei cinque anni ha
registrato un record di abusi, stando sempre al rapporto della Royal Commission. Nel 2014, papa
Francesco l’ha chiamato a occupare una delle caselle più alte del potere Vaticano. Una bella carriera.
Pell poteva non sapere? Oppure sapeva e ci troviamo davanti a un insabbiatore seriale? Le
vittime sostengono la seconda ipotesi: avrebbe coperto e trasferito i suoi sacerdoti da una parrocchia
all’altra proprio per evitare le voci e gli scandali. E ha gestito con durezza e cinismo il capitolo delle
denunce e delle richieste di risarcimento. Dal canto suo, il cardinale Pell ha fatto mea culpa e ha
ammesso pubblicamente che avrebbe potuto e dovuto fare di più quando uno studente gli confessò che
un «prete si comportava male con i ragazzi». La sua unica reazione fu invece di «andare dal cappellano
della scuola per chiedergli se le voci fossero vere».
C’è poi un fascicolo che lo riguarda direttamente, aperto dalla polizia di Victoria, in merito alla
denuncia di due ex studenti sempre per vicende sessuali su minori. Ma in questo caso, il cardinale Pell
respinge ogni accusa e parla di «notizie completamente false e completamente sbagliate», aggiungendo
di «non avere mai abusato sessualmente di nessuno, in nessun posto e in nessun momento della sua
vita».
Il giudizio di Sipe: «Credo che il cardinale Pell sia una scelta pessima, in qualsiasi posto di
potere. Il suo passato è imbarazzante. Come è possibile che gente di questo tipo occupi una posizione
nella Chiesa?».
Su Pell, papa Francesco ha avuto un approccio garantista: «Bisogna evitare una sentenza dei
media, basata sul pettegolezzo. Una volta che la giustizia parla, parlerò anche io».
Certo, non sempre il Vaticano è stato veloce e solerte a punire i suoi componenti accusati di
pedofilia. Vedi la vicenda di Józef Weso?owski, polacco, già nunzio apostolico, accusato di abusi
sessuali ai danni di diversi minori nella Repubblica Dominicana.
I fatti vengono alla luce nel settembre del 2013; un anno dopo Weso?owski viene estradato in
Vaticano per essere processato e nel giugno 2014 subisce la riduzione allo stato laicale. Il rinvio a
giudizio è del 15 giugno 2015, la prima udienza viene fissata per l’11 luglio. Ma l’ex monsignore si
sente male. Si rinvia ancora, ma il 27 agosto Weso?owski muore.
Lungaggini, si dirà. Per fare un paragone, nel processo intentato dalla Santa Sede contro i
giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi nell’ambito dello scandalo noto come "Vatileaks 2"
(riguardante la fuga di informazioni riservate della Santa Sede), si è proceduto in maniera decisamente
più spedita.
Esiste infine un’altra questione aperta: quella della segretezza. Stando alle linee guida diffuse
fra i vescovi dalla Conferenza Episcopale Italiana, sugli abusi sessuali deve esserci totale riservatezza.
I casi di pedofilia vengono prima investigati a livello diocesano, con la massima discrezione, e
poi gestiti direttamente a livello centrale dall’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la Dottrina della
Fede.
Ma si legge nelle linee operative della Cei: «Il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico
ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria, salvo il dovere morale di
contribuire al bene comune».
Se un prete commette abusi e il suo vescovo lo viene a sapere, quest’ultimo non è tenuto a
informare le autorità civili. Si parla solo di un «dovere morale di contribuire al bene comune».
Un dovere morale: alla faccia della linea dura auspicata da Francesco. Per il presidente della
Cei, Angelo Bagnasco, si tratta di «una scelta voluta con l’obiettivo di tutelare le vittime degli abusi».
Mi spiace ma mi rifiuto di credergli. Anche perché il nostro sistema giudiziario prevede il
segreto istruttorio, soprattutto in casi delicati come quelli di violenze sessuali su minori.
La sconcertante verità ereditata da Francesco
Ciò che leggerete nelle pagine che seguono è la sconcertante verità che Benedetto XVI ha
lasciato a Francesco.
Prima delle dimissioni, papa Ratzinger aveva chiesto a tre integerrimi cardinali di indagare sullo
scandalo "Vatileaks", la sottrazione e la pubblicazione di documenti riservati e della corrispondenza
privata del Pontefice. Concluso il lavoro, i tre "007 porporati" avevano redatto un dossier e l’avevano
consegnato al papa dimissionario.
L’indagine era partita da una fuga di documenti, ma presto era arrivata ai contenuti del mio
libro Sex and the Vatican. In Vaticano ci sono cordate di interessi, cementate non di rado da rapporti
«inconfessabili». La tanto discussa lobby gay. Uomini in abito talare dalla doppia vita. A quanto pare
potentissimi. Ricatti a sfondo omosessuale, richieste di favori, trame. Un sottobosco di traffici, intrighi,
correnti, poteri forti, tutti dentro le Sacre Mura.
Come scriveva «Panorama», Benedetto XVI «probabilmente ignorava che sotto il suo
pontificato potesse ramificarsi una rete così complessa e intricata di rapporti personali. Non si tratta
certamente di tutta la Curia, ma di una parte significativa, che punta a condizionarla».
Una verità che sciocca l’anziano papa tedesco. I tre cardinali allegano alla loro indagine anche
un elenco con tanto di nomi e cognomi. Personaggi che, guarda caso, ricompaiono nelle storie che
racconto in Sex and the Vatican. Questo è il lascito che Ratzinger consegnerà a Bergoglio prima di
ritirarsi nel monastero Mater Ecclesiae: le doppie vite di molti religiosi nella Città Eterna.
Sono successe tante cose, nel frattempo. Alcune delle storie che ho raccontato nei miei libri
sono diventate cronaca. Altre hanno avuto risvolti inattesi e clamorosi.
In Sex and the Vatican raccontavo la storia di un bambino che cercava suo padre. Ero andato a
trovarlo a casa, invitato dalla sua mamma, una quarantenne romana, laureata, trasferitasi a Padova.
Nella sua vita era entrato un sacerdote istrionico, che quando diceva messa attirava centinaia di fedeli.
Aveva catturato anche la sua attenzione, tanto da farla decidere di ricevere la Cresima.
Era iniziato tutto in quegli incontri di preparazione al sacramento. Poche parole e molto sesso.
Lei che era stata mandata dall’alto a lui, che era uno dei dodici apostoli spediti dal Signore sulla terra.
La passione li travolgeva ogni domenica dopo la messa. Una chiave chiudeva la porta della
sacrestia, mentre fuori gli altri fedeli aspettavano.
Due anni di incontri furtivi dopo la comunione. Finché accade l’irreparabile: la donna non
prende la pillola. Lui da "buon cattolico" non usa il preservativo.
Nasce un bambino: orfano con un padre in vita. Un padre sacerdote che si fa negare, che non
vuole si sappia in giro, che avanza dubbi sulla paternità del bambino. Quel bambino intanto cresce,
chiede di lui, soffre per la sua mancanza. Quando scopre la sua identità piange, urla, si chiude in
camera, non vuole parlare con nessuno. Durante la notte si sveglia in lacrime, e così la notte dopo e
quella dopo ancora. A un certo punto la notizia diventa di dominio pubblico e la donna racconta di aver
ricevuto l’offerta di un assegno in bianco in cambio del silenzio. Intanto scopre che il suo amato prete e
padre di suo figlio è pieno di amanti, che fanno la fila dietro la porta della sacrestia trasformata in
alcova.
Quel prete oggi ha un nome. Si chiama don Paolo Spoladore. Per i fedeli era «Donpa» o «don
Rock». Attirava centinaia di persone alle sue messe ed era anche cantautore. È stato il parroco di San
Lazzaro a Padova fino al 28 settembre 2015, giorno in cui l’amministratore diocesano ha firmato il
decreto con cui la Congregazione per il Clero lo ha ridotto allo stato laicale dopo che il Tribunale dei
minori di Venezia ne aveva riconosciuto ufficialmente la paternità.
Ma la parrocchia di San Lazzaro a Padova è proprio sfortunata. Cacciato il prete istrionico,
canterino e playboy, chi mettono al suo posto? Don Andrea Contin. Quello che ha spopolato nelle
cronache recenti, per lo più a luci rosse.
Proprio così, la chiesa è la stessa. Parte don Spoladore e arriva don Contin, ex avvocato che ha
sentito la chiamata in età adulta.
Ha la passione per le Jaguar, la bella vita e i ristoranti stellati. Ma anche per le orge, i sex toys, i
video hard. Di nuovo il sesso dentro quella chiesa. In canonica don Contin tiene una serie di dvd sulle
cui etichette, a mo’ di titoli, vi sono i nomi di vari papi della storia della Chiesa.
I carabinieri li visionano ma non ci trovano le omelie di Pio X o le encicliche di Giovanni
XXIII. Dentro ci sono i filmini pornografici, amatoriali e autoprodotti, delle sue imprese erotiche.
Lo incastra un’amante, che lo accusa di averla obbligata ad amplessi particolarmente violenti. Il
caso esplode alla fine del 2016. Don Contin ammetterà rapporti sessuali con cinque donne, con una
delle quali precisa di aver avuto «una relazione sentimentale sfociata poi in rapporti sessuali». Tutti
incontri che si consumavano «in canonica, anche con la partecipazione di altri uomini, anche di
colore», dirà ai carabinieri.
Il sacerdote, dopo aver ammesso con le autorità ecclesiastiche i fatti contestati, è stato sospeso a
divinis. Intanto è stato indagato per violenza privata e favoreggiamento della prostituzione. Nelle otto
pagine della denuncia firmata dall’amante, la donna ha detto che anche altri preti partecipavano alle
orge.
Oggi don Andrea Contin chiede di essere dimenticato. È a Trento, in una struttura religiosa
protetta.
Nessuno ferma gli orchi
E questo mi riporta al mondo che avevo scoperto e raccontato in Golgota.
La struttura è la stessa dove aveva soggiornato – cercando invano una cura per riuscire a
controllare le proprie pulsioni erotiche – don Sergio, il prete che avevo frequentato durante lunghe,
difficili, interminabili serate, mentre scrivevo la mia inchiesta.
Mi aveva cercato lui via email. Mi aveva chiesto un incontro dopo avermi raccontato che era
stato ospite presso il centro dei Padri Venturini a Trento, luogo dove vengono accolti i preti con
disturbi sessuali. E dove lui, guarda caso, aveva vissuto «una sbandata pazzesca per un confratello, con
tanto di intimità sessuale». Proprio dentro il centro dove avrebbe dovuto curare la sua compulsione
sessuale.
Avevo incontrato più volte don Sergio. Mi aveva raccontato di quando, già prete scafato, il
sindaco gli aveva chiesto di ospitare un migrante di quasi trent’anni in attesa di sistemazione.
«Un sabato sera lo portai con me a una festa all’aperto, dove ci offrirono da bere dell’ottima
birra... Faceva molto caldo e parecchia gente s’era riversata in centro, riempiendo tutti i bar della
piazza, così che a stento riuscimmo a trovare un tavolo libero. Mentre continuavamo a bere birra e a
chiacchierare, mi accorsi che l’amico s’era sbottonato la camicia e si accarezzava con studiata
nonchalance, indugiando soprattutto sui capezzoli. Per un po’ feci finta di nulla, poi non ci vidi più e
allungai la mano ad accarezzarlo anch’io. Lui mi sorrise candidamente e non solo non mi respinse, ma
ricambiò perfino il bacio in bocca che nel frattempo mi ero spinto a dargli. In capo a una settimana,
venni convocato dal vescovo e spedito in una comunità.»
Col passare delle settimane, io e don Sergio eravamo entrati in confidenza, al punto che mi
aveva raccontato la sua infanzia, la scoperta dell’omosessualità, le prime esperienze, le scorribande
notturne nei luoghi di battuage, la decisione di farsi prete per trovare una specie di rifugio.
Don Sergio mi aveva parlato di quella volta in cui, in Italia, si era "fatto" un musulmano,
dandogli una mancetta, e poi si erano sparati una canna: «Telefono a un mio amico, gli chiedo di
procurarci la droga. Ero in vena di spendere: cento euro. Mi ha dato una roba che non finiva più.
Andiamo a casa mia, ci facciamo questa roba e ho avuto un momento di buio. Fatto sta che mi sono
ritrovato, sempre a casa mia, con il mio parroco e i carabinieri. Io nuotavo sul pavimento, convinto di
essere al mare, e palpavo i coglioni a un carabiniere. È finita che mi hanno cacciato dalla diocesi».
Con il passare del tempo, don Sergio mi aveva confidato le sue esperienze erotiche in Giordania
e in Sudamerica, anche con minori: in America Latina «c’era un ragazzino di quattordici anni al quale
io stavo molto simpatico. Era una meraviglia. Una meraviglia... Era amico della segretaria della
parrocchia. Veniva lì il pomeriggio, dopo la scuola. Io abitavo nel collegio al piano di sopra. Lui veniva
da me, faceva i compiti. Poi, sai, ridi, scherzi, i latinoamericani sono molto liberi, per cui una toccata di
qua, una toccata di là, alla fine è andata. Tante volte».
Per lui ero uno sconosciuto, eppure non esitava a confidarmi le fantasie che gli scatenava un
ragazzino proprio nei giorni dei nostri incontri: «C’è un bimbo di undici anni che viene a farmi da
chierichetto che è uno splendore. Bellissimo. Biondo, palpebre pesanti che gli danno l’aria da gatto, la
famosa aria da gatto. Due labbra che sono una meraviglia».
Si sentiva assolto da tutti, don Sergio. Dal Padreterno innanzitutto, e poi dalle gerarchie, dai
confratelli, dalla Chiesa stessa come istituzione, che in quanto tale non lo poteva «lasciare solo, perché
Dio sa cosa potrei combinare».
E mi raccontava del rapporto stretto e confidenziale che aveva col suo vescovo: «Lui dice che
con me non si annoia mai, perché gli porto sempre delle cose che lo fanno divertire».
Oggi don Sergio, quel don Sergio raccontato in Golgota, è ancora prete, come risulta
dall’annuario della diocesi del Nord Italia dove l’ho incontrato e conosciuto. Nonostante i documenti
ufficiali, contatto l’amico e collega giornalista Oscar Puntel, che vive in quelle zone, e gli chiedo di
svolgere una indagine sul campo. Risultato: moltissimi dei suoi confratelli sanno delle sue avventure
gay, meno delle sue pulsioni pedofile.
I suoi confratelli mi hanno anche raccontato che nel 2014 è finito di nuovo sul giornale. Una
sera ha adescato un giovane marocchino, si è appartato con lui in un parco e alla fine è stato derubato.
È ancora prete, questo è certo. Ma dove si trova?
Sono andato a cercarlo su Facebook, e ho provato un sentimento di rabbia e incredulità.
Don Sergio ha coronato il suo sogno. In uno degli nostri incontri mi aveva confidato che il
vescovo gli aveva chiesto dove volesse andare.
«Mi mandi in Africa», aveva risposto lui.
Non so come sia successo, ma don Sergio è stato accontentato. Ora vive in una città africana
gemellata con la sua diocesi. Sulla sua pagina Facebook posta regolarmente le sue foto, abbracciato a
giovani e ragazzini. E a chi gli chiede cosa ci faccia in Africa, lui candidamente risponde: «Avevo
necessità di scrivere un nuovo capitolo della mia vita». Aggiungendo emoticon con dei "porcellini".
Sgrunt, sgrunt.
Nei suoi commenti, il verso dei maiali è ricorrente.
La domanda che ci si pone oggi, e alla quale si fa fatica a rispondere, è: quanti sono i preti
pedofili in Italia?
In assenza di dati da parte della Conferenza episcopale italiana, mi sono rivolto alla rete
"L’Abuso", una onlus che riunisce circa 500 vittime di preti pedofili e fornisce loro assistenza legale e
psicologica per affrontare il trauma. L’associazione ha un database in cui raccoglie le segnalazioni e i
casi che escono sui giornali. È un puzzle incompleto e non ufficiale, perché molte vittime non
denunciano, oppure sfuggono alle pagine di cronaca. Ma aiuta in qualche modo a inquadrare meglio la
realtà. I preti condannati in via definitiva per pedofilia sono 134; quelli attualmente indagati sono 113.
Chiedo al responsabile, Francesco Zanardi, quanto siano attendibili questi numeri. «Non
esistono dati ufficiali. In un’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, papa Francesco ha detto che è
coinvolto il 2 per cento dei religiosi. Secondo i nostri calcoli la percentuale è fra il 2 e il 6 per cento.»
La questione numerica sul totale della popolazione religiosa è tuttavia relativa. L’elemento più
drammatico è la serialità del fenomeno. Perché ogni singolo religioso, prima di essere fermato,
passando da una diocesi all’altra ha spesso continuato ad abusare di un numero spropositato di vittime.
Ci sono casi di preti che sono arrivati fino a 80 minorenni violentati.
Questo è il quadro che anche il papa ha imparato a conoscere. Francesco lo sa bene: la Chiesa
deve cambiare, altrimenti morirà. È soltanto questione di tempo; se non riesce a cambiare rotta, la nave
andrà a fondo.
Conclude Richard Sipe: «Ho fiducia in Francesco, ma temo che gli scandali sessuali e i
connessi problemi irrisolti della Chiesa porteranno, nel lungo periodo, alla sua distruzione. Abbiamo i
banchi delle chiese vuoti, la domenica. Vi siete mai chiesti perché? Gli insegnamenti dottrinali sono
troppo rigidi, vanno contro la nostra inclinazione, quello che la nostra natura ci insegna e ci mostra.
Viviamo in una ricerca continua di affetto, amore e relazioni. Anche sessuali. Ma la Chiesa è l’esatto
opposto. O cambia o si distruggerà con le proprie mani».
Io, prete fidanzato
La testimonianza che segue fotografa come meglio non si potrebbe la realtà della Chiesa di
oggi, con tutte le sue ipocrisie, l’omertà, l’ostinazione ad applicare una doppia morale.
Lui è un sacerdote. Ma è anche fidanzato con una donna. Non la considera la sua amante, ma
piuttosto la sua fidanzata ufficiale.
Per evidenti motivi, non rivelerò il suo nome.
Quanti anni hai?
«Ho cinquant’anni.»
Da quanto sei prete?
«Da quando avevo venticinque anni.»
Quando sei entrato in seminario?
«A dieci anni.»
Da bambino.
«Sì, era come un collegio. Ho studiato lì, le scuole medie, quindi il ginnasio, il liceo classico,
poi la facoltà di teologia.»
Com’è la giornata tipo di un ragazzino in seminario?
«Sveglia alle 7. Venti minuti e tutti in cappella. Nei giorni dispari la messa, in quelli pari le lodi.
Poi colazione e dritti a scuola. Pranzo e riposo. Pomeriggio i compiti, la sera i vespri. Alle 20 la cena,
quindi un po’ di divertimento fra ping pong, bigliardino e televisione. Alle 22 tutti a letto.»
Dove dormivate?
«In camerate da quindici.»
Com’era organizzata la camerata?
«Ognuno aveva il proprio armadietto, il letto e un comodino, mentre i bagni erano in comune.»
Dentro avevate tutti la stessa età?
«Sì, eravamo divisi per fasce d’età. Così fino al liceo, poi in teologia avevo la mia camera e il
mio bagno.»
A casa ogni quanto vi mandavano?
«Una volta al mese. Più le vacanze di Pasqua, Natale e qualche ponte.»
E i genitori?
«I miei genitori erano contenti, tranne mio padre, all’inizio. Ma non fece in tempo a vedermi
prete, morì prima.»
Ti venivano a trovare?
«Tutte le domeniche.»
Sentivi la mancanza di casa?
«Ti devo dire la verità?»
Non hai alternative.
«No, mai sentita.»
Come hai scoperto la sessualità?
«Guardando la tv. Qualcosa si muoveva... là sotto.»
Quanti anni avevi?
«Avevo dodici o tredici anni.»
Come hai reagito?
«Non ne ho parlato con nessuno. Avevo timore dell’ambiente.»
Provavi vergogna?
«In un certo senso, avevo vergogna di parlarne.»
Perché?
«Non sapevo che cosa potessero pensare i miei superiori, avevo paura.»
Avevi coscienza, consapevolezza di cosa ti stava succedendo?
«Mi rendevo conto che stavo crescendo.»
E non hai mai chiesto consiglio a qualcuno?
«No, ho scoperto tutto da solo.»
Che cosa hai scoperto?
«Con la masturbazione ho scoperto delle sensazioni, come tutti i ragazzi.»
Era una tua cosa personale o sei arrivato a coinvolgere anche qualche amico?
«No, assolutamente. Mai condiviso una masturbazione.»
E gli altri?
«Una volta ho visto dei ragazzi più grandi di me. Loro erano del liceo, io in terza media:
uscivano insieme dallo stesso bagno.»
E tu cosa hai pensato?
«Ho pensato che facessero qualcosa di "non bello", qualcosa da nascondere, e che fosse in
ambito sessuale, perché uscivano dal bagno.»
Perché sentivi come una colpa questa tua sessualità segreta?
«Perché mi vergognavo.»
Di cosa ti vergognavi?
«Mi vergognavo a dirlo perché temevo che, se mi avessero scoperto, mi avrebbero cacciato.»
Ma qualcuno ti ha mai spiegato qualcosa sulla sessualità?
«Mai una parola. La sessualità non esisteva. La sfera sessuale l’ho scoperta io, crescendo,
incontrando le ragazze.»
Mai avuto un approccio di qualche genere, anche non esplicito?
«Sì, qualcuno più grande ci ha provato. Io facevo la terza media, avevo quattordici anni.»
E cosa accadde?
«Un mio superiore, un prete, venne nel mio letto e mi toccò il pube. Poi andò via... Ma prima
mi disse qualcosa che ho rimosso.»
Tu come reagisti?
«Non ho pensato niente, ma ci sono rimasto male. Mi chiedevo perché il superiore avesse fatto
questo.»
Nessuna reazione?
«Nessuna. Anzi probabilmente proprio il fatto che io non avessi avuto alcuna reazione lo ha
fatto desistere.»
Hai mai visto sacerdoti in seminario intrattenere rapporti sessuali?
«Sì. Un giorno beccai un seminarista che penetrava un superiore, un prete. L’ho visto perché
passavo davanti alle stanze dei superiori, la porta era socchiusa e sentivo ansimare... Mi sono
affacciato e ho visto la scena.»
Quanti anni avevi?
«Quindici anni. Ero in quarta ginnasio.»
Cos’hai pensato?
«Ci sono rimasto male. Ho avuto una sensazione che non saprei descrivere... come di nausea e
vomito.»
Altri episodi?
«A me è successo che un sacerdote mi facesse delle avances. Mi diceva cose tipo: "Andiamo
nella mia stanza, dormiamo insieme"... Ma io ho sempre rifiutato.»
Hai ricevuto più di un’attenzione?
«Sì! Più di uno ha tentato qualche approccio. Poi, quando hanno visto che non c’era nulla da
parte mia, hanno desistito.»
Queste avances venivano rivolte anche ad altri?
«Certo.»
E qualcuno ci stava?
«Sì, e veniva gratificato con attenzioni particolari da parte dei superiori.»
Che tipo di attenzioni?
«Trattamenti da privilegiato, cibo in più in refettorio, qualche permesso accordato per uscire.
Piccole cose. Io non ho mai avuto nulla.»
Essere accondiscendenti pagava.
«Qualcuno andava anche in vacanza con qualche superiore. A me non è mai stato offerto
nulla.»
Il sesso era diffuso, là dentro?
«Sì, esclusivamente di natura omosessuale.»
Quanti erano quelli che avevano rapporti fra di loro?
«Il 70 per cento degli uomini facevano sesso fra di loro o con i superiori.»
Se ne parlava liberamente?
«No. Tutto restava nascosto. Qualcuno che ha parlato è stato cacciato.»
In che senso?
«Un giorno un ragazzo, a tavola, disse che aveva scoperto due che facevano cose sporche. Fu
rispedito a casa.»
Cos’hai pensato?
«Mi sembrava tutto assurdo. Se loro le consideravano cose sporche, perché le facevano?»
E che risposta ti davi?
«Che poteva essere la normalità. Per loro era la normalità. Ma non per me, io ero attratto da
altro.»
Un prete una volta mi ha detto che il seminario finisce per creare degli squilibrati, perché ti
sviluppi sessualmente in un ambiente che condanna la sessualità. Che ne pensi?
«Il seminario crea dei repressi.»
In che senso?
«La donna è la tentatrice, il diavolo, il male. Andare con una donna è peccato. Mentre nessuno
ti dice nulla se stai in intimità con un amico prete. Il sesso fra uomini è concesso, ammissibile. Alla
lunga sviluppi dentro di te il pensiero che con un uomo non è peccato, che va bene così. Mentre andare
con una donna vuol dire stare dalla parte del demonio.»
Ma tutte queste cose, il rettore le sapeva?
«Il rettore faceva come la scimmia: non vedo, non sento e non parlo.»
Ma aveva una sua vita sessuale?
«Non saprei. Di sicuro aveva i suoi segugi, come il padre spirituale e il vice rettore, che gli
riferivano tutto... Anzi, solo le cose che facevano comodo a loro.»
Dentro il seminario, la vita sessuale era promiscua o monogama?
«Assolutamente, totalmente promiscua. Uno stava un giorno con uno e un giorno con un altro, o
con più di uno.»
Alla luce del sole?
«Macché. Tutto sempre tenuto nascosto. Tutti sapevano, ma nessuno ne parlava.»
Come giudichi tutto ciò?
«Una vergogna. Le cose belle che la natura, che Dio ti ha dato, vanno scoperte, e il prete deve
essere prima di tutto un uomo.»
Ciò che accadeva in seminario, quanto pensi abbia influito nella vita di quel 70 per cento di
seminaristi che a parer tuo aveva rapporti gay?
«Parecchio. Molti dei miei confratelli hanno avuto problemi, una volta fuori, e si tenevano
ragazzi in canonica, anche da parroci. Un mio confratello un giorno mi disse: a te piacciono le donne,
quando mi porti un baldo giovane?»
Cosa pensi oggi del seminario?
«Lo considero un luogo di perversione. Sicuramente non di educazione. Dovrebbe essere il
posto dove scoprire la tua vocazione, giorno per giorno. Invece non mi ha aiutato per niente in questa
scoperta.»
Perché sei diventato prete?
«La sensazione che provi a fare il prete è qualcosa di inspiegabile.»
Ma cos’è la vocazione?
«La chiamata di Dio. Nel mio caso è successo quando sono entrato in teologia, a diciotto anni.»
Tu però sei entrato in seminario a dieci.
«Quella volta non sapevo cosa fosse la vocazione.»
E perché lo hai fatto?
«Mi ispirò il parroco del mio paese: per me era una figura positiva, che volevo seguire ed
emulare. Poi, piano piano, ho scoperto che il Signore mi chiamava. Senti un’attrazione verso Dio: è una
cosa che non si spiega.»
Potessi tornare indietro, lo rifaresti?
«Io rifarei tutto, anche se vorrei che mi spiegassero di più la mia sessualità, il mio essere uomo
e poi prete.»
Quando hai dato il tuo primo bacio?
«Studiavo teologia, in facoltà.»
Come?
«Un incontro fra due persone: ci siamo piaciuti e ci siamo baciati. Un bellissimo ricordo. È stato
solo un bacio. Poi con lei nient’altro.»
Arriviamo a quando diventi sacerdote.
«Viceparroco in un paese, a venticinque anni.»
Com’era la vita fuori?
«Uscivo con i ragazzi, celebravo le mie messe. Poi ho conosciuto una ragazza. Con lei c’è stato
il primo bacio da prete. Aveva ventiquattro anni e faceva la catechista. Un giorno siamo andati a un
campo-scuola, abbiamo parlato tanto e poi è scattato qualcosa, c’è stato il mio primo rapporto sessuale.
Proprio al campo-scuola.»
Cosa hai provato?
«Mi ha sconvolto, perché ho iniziato a chiedermi "chissà che cosa pensa lei di me"...»
Questo durante il rapporto?
«No, dopo. Durante è stato tutto meraviglioso. Ho toccato il cielo con un dito. Mai provato una
sensazione così. Ti pervadeva e si prendeva tutto te stesso.»
Poi cosa è successo?
«È stata l’unica volta che siamo stati insieme. Ci siamo evitati. Io avevo timore di ricadere in
tentazione e di mettere in discussione la mia vocazione.»
Ne hai parlato con qualcuno?
«Sono andato subito dal mio padre spirituale, gli ho raccontato tutto, lui mi ha rincuorato. Mi ha
detto che non dovevo preoccuparmi. E mi ha detto di pregare.»
Perché sei andato da lui?
«Ho pensato fosse l’unico che mi potesse aiutare.»
Nelle mie ricerche passate ho riscontrato spesso questo aspetto. Il 99 per cento dei preti
coinvolti in una relazione sessuale, etero o gay, sente l’esigenza di vuotare il sacco con un padre
spirituale o con un vescovo. Perché?
«Hai la sensazione di essere aiutato.»
Quel rapporto ha cambiato la tua vita di sacerdote?
«Sì. Ho evitato di tessere rapporti troppo stretti con le persone, per il timore di cadere di nuovo
in tentazione.»
Le tentazioni erano donne che ci provavano con te?
«Sì. Erano loro a provarci, spesso mi invitavano a casa per un caffè. Sia donne sposate che
single.»
Dopo quella ragazza al campo scuola, ti è capitato di avere altri rapporti sessuali?
«Spesso, in quantità industriali e con donne sempre diverse. Avevo una donna fissa per non più
di 4-5 mesi.»
Dove avevate i rapporti?
«In canonica, in camera mia o in qualche hotel.»
La cosa più pazza che hai fatto?
«Ho fatto sesso con due donne insieme. Erano amiche da una vita e avevano deciso di scoparsi
un prete.»
Tue parrocchiane?
«Sì.»
Ti sei mai innamorato?
«No, mai, prima della mia attuale fidanzata.»
Ma tutti questi rapporti sessuali, non li sentivi come un peccato?
«Per me non è peccato.»
Nessun rimorso? Sensi di colpa?
«No. Per me è diventata una cosa normale, non mi sono mai più confessato.»
I tuoi superiori l’hanno mai saputo?
«Il vescovo un giorno mi ha convocato e mi ha detto che la mia testimonianza di sacerdote non
era quella che io davo in parrocchia con il mio comportamento. E che in parrocchia si chiacchierava
molto, sul mio conto.»
E tu come hai reagito?
«Gli ho detto: se chiacchierano così tanto su di me, faranno altrettanto per quei preti che vanno
con gli uomini o, peggio, con i ragazzini? Non ha più detto una parola.»
E ora che rapporto avete?
«Ogni volta che mi incontra mi raccomanda di fare il bravo. Io rispondo con uno dei miei
sorrisoni. In fondo non ho mai creato scandalo e danno per l’istituzione.»
A un certo punto arriva lei, la tua fidanzata.
«L’ho incontrata cinque anni fa a una festa. Abita a circa 10 chilometri dal mio paese. Ci siamo
scambiati i numeri di telefono e abbiamo iniziato a frequentarci.»
Quando la incontri in pubblico, indossi l’abito talare?
«No.»
Ma vi vedete anche nel tuo paese?
«Sì.»
Lei ti chiama per nome?
«Mi chiama "don" anche davanti agli amici.»
Cos’ha lei di diverso rispetto alle altre?
«Quando ho problemi in parrocchia e parlo con lei, mi trova sempre la soluzione.»
Quando hai preso coscienza che non era semplicemente una delle tue tante amanti?
«L’ho capito subito. Lei, a differenza delle altre, non è gelosa di quello che faccio, del mio
lavoro di prete, delle persone che devo incontrare. Le altre erano gelose anche quando qualcuno mi
cercava al telefono. Lei no. Anzi. È sempre stata un aiuto, anche con le persone che hanno a che fare
con me. Quando ho visto questo suo atteggiamento, ho realizzato che lei era la donna giusta per me.»
Gliel’hai detto?
«Gli ho chiesto: ma io e te siamo fidanzati?»
E lei?
«Mi ha risposto di sì. La considero la mia donna e lei mi considera il suo uomo.»
Dorme con te in canonica?
«No, quando decidiamo di dormire insieme andiamo da lei, oppure andiamo fuori, in hotel.»
Ogni quanto?
«Due volte alla settimana: il martedì e il giovedì. Quando non ho impegni.»
E dove andate?
«Cambiamo sempre destinazione, però da 5 mesi abbiamo preso in affitto un monolocale da un
amico.»
È diventata casa vostra?
«È casa nostra.»
E la gente che vi vede insieme?
«Non sanno chi siamo, è un luogo molto riservato e poco frequentato.»
Fate vita di coppia?
«Sì, anche. Nessuno mi ha mai fatto dei problemi, sebbene la gente sappia che sono prete. Mai
avuto discussioni.»
In giro con lei hai momenti di intimità?
«No, lei non vuole. A me piacerebbe, fra l’altro lei è molto avvenente. È bella. Non passa
inosservata.»
Sei geloso?
«Poco, lei non mi dà modo di esserlo.»
Lei cosa fa nella vita?
«È dirigente.»
Avete mai parlato di un futuro diverso?
«Mai. Lei è contenta di come abbiamo impostato la nostra vita.»
Lei perché sta con te?
«Mi ha sempre detto che una spiegazione vera non ce l’ha.»
Per il sesso?
«Non credo. Penso sia più per i miei modi, per come la tratto. Qualsiasi cosa le dia fastidio,
cerco di non farla. Per il resto, semplici e piccole regole di galateo.»
L’ultimo Natale come l’avete passato?
«Dopo la messa l’ho chiamata e siamo andati a casa nostra.»
Cosa le hai regalato?
«Un rosario in oro.»
E lei cosa ti ha regalato?
«Due sciarpe. Lei è molto generosa, se vede qualcosa che mi può piacere, me la compra.»
Sei anche fortunato.
«Si vede che il Signore mi vuole bene.»
Chi sa della sua esistenza?
«I miei amici. Qualche volta escono con noi. Una coppia, in particolare.»
Hai amici preti?
«No, mai.»
Perché?
«Perché i preti sono falsi. In tante circostanze sono stato pugnalato alle spalle.»
Cosa ti è successo?
«Mi sono confidato con qualcuno su qualcosa che era successo in parrocchia, e dopo un’ora il
vescovo già sapeva tutto. I miei colleghi sono gelosi del mio modo di fare. Io ho una grande dote: la
gente mi vuole bene, mi ascolta. Se la gente sapesse con certezza che ho una donna, sarebbe
felicissima.»
Figli, ci avete mai pensato?
«Non so. Sono incerto, non saprei quale futuro potrei dare a un figlio.»
Perché rimani prete?
«Perché credo di essere un vero prete. Oltre a divulgare la parola di Dio, mi sento amato e ben
voluto, così come io voglio bene alle persone.»
Cosa non ti piace del clero?
«La poca chiarezza. Il problema è sempre alla radice: il seminario. Non lascia libere le persone
di pensare e di esprimersi. C’è una ristrettezza mentale che blocca questa crescita, lo sviluppo delle
proprie idee. Ti insegnano a non dire la verità, nei rapporti con gli altri, nelle situazioni. Poi vogliono
mettere tutto a tacere. Hanno paura degli scandali. Preferiscono zittire tutte le voci dissonanti.»
Nei miei precedenti libri ho definito omertosa la Chiesa.
«È la parola più sensata che ci possa essere. Chi parla è additato e messo da parte.»
Perché resti nella Chiesa, allora?
«Perché queste situazioni vanno combattute da dentro.»
E tu come le combatti?
«Combattendo contro tutto e tutti. Infatti, la maggior parte dei preti mi evita, perché sanno che
non le mando a dire.»
Sei il migliore o il peggiore fra i preti?
«Migliore. Sono limpido e, se mi piace una donna, lo dico apertamente. E la gente lo apprezza.»
Pensi di vivere una sessualità serena?
«Molto.»
Che significa vivere una sessualità serena?
«La mia sessualità non è l’atto in sé, quello mi completa con la mia donna. È lo stare con lei che
mi ripaga di tante piccole cose, anche delle delusioni che ho in parrocchia.»
Perché non vuoi che dica come ti chiami veramente?
«Perché mi caccerebbero dalla Chiesa. Farebbero di me immondizia. Ma io sono limpido e
chiaro. In tutto. Non mi vergogno di come sono e di quello che faccio.»
Tu vuoi fare il prete, nella vita?
«Io sto facendo il prete.»
Anche in futuro?
«Sicuramente.»
Cosa vuol dire essere prete?
«Donarsi agli altri ogni giorno.»
Ma questo si può fare anche con altre professioni.
«Sì, ma gli altri non si aprirebbero allo stesso modo con me, per farsi aiutare. C’è gente di ogni
estrazione sociale che viene da me e apre il suo cuore.»
Quando ti sei sentito fiero di essere prete?
«Tutte le volte che tendo la mano a quelli che aprono il loro cuore e mi confidano le proprie
ansie.»
Cosa pensi del celibato sacerdotale?
«Meglio che lo tolgano di mezzo.»
Se lo facessero, ti sposeresti?
«Non credo. Sto bene così.»
Perché la Chiesa non ti caccia?
«Perché non ha le prove che ho una donna. Però, se mi beccassero con un uomo, sicuramente
non mi succederebbe nulla. È normale l’anormale, nella Chiesa.»
Sei felice?
«Felicissimo, non mi manca nulla. A differenza di altri miei colleghi a cui manca il meglio e
che sono repressi. E che, proprio perché repressi, finiscono col prendersela con la gente.»
Tu?
«Io annuncio la parola di Dio e sono al servizio degli altri.»
Dio è con te?
«Credo di sì.»
Perché?
«Perché non faccio male a nessuno. Perché dovrebbe condannarmi? Il celibato è una legge della
Chiesa, non di Dio.»
Cosa pensi dei preti in balìa del sesso consumato in modo bulimico?
«Non ci sono aggettivi per descriverli.»
Cosa pensi di don Andrea Contin?
«Non ha saputo gestire la propria sessualità in modo sereno. Ha sbagliato tutto. Il suo modo di
agire va assolutamente condannato. Non si può utilizzare la veste per perversione. Lui poteva essere un
buon sacerdote e un buon amante, bastava sapere conciliare le due cose con rispetto.»
È colpa sua o della Chiesa?
«Di entrambi. Anche del suo vescovo che sapeva e faceva finta di non sapere. La Chiesa
provoca questa sessualità bulimica, compulsiva.»
Cosa pensi quando senti parlare di pedofilia nella Chiesa?
«Li appenderei col pene a una trave.»
Perché?
«La pedofilia è la cosa più brutta e schifosa che un uomo possa fare, figuriamoci un prete.»
Se ti dico che moltissimi vescovi coprono i pedofili per tutelare l’istituzione, tu cosa mi
rispondi?
«Ti rispondo che almeno l’80 per cento di loro sa e fa finta di non sapere. Sempre per paura
dello scandalo. La loro preoccupazione è preservare la Chiesa. Ma il vero scandalo è che rovinano quei
bambini.»
Cosa pensi di papa Francesco?
«È una persona eccezionale. Solo che è circondato da vipere, quindi il tentativo di
rinnovamento che ha iniziato, credo, non andrà in porto.»
È una scheggia impazzita dentro la Chiesa?
«Ama la Chiesa, Dio, i fratelli. Vorrebbe il rinnovamento. Dice cose giuste, è un esempio. Non
è un caso che abbia scelto Santa Marta come sua residenza.»
Perché l’ha scelta?
«Perché ha paura di stare solo. Nell’appartamento papale sarebbe stato solo. Troppo rischioso
per la sua vita, per i cambiamenti che vuole apportare alla Curia.»
La pagherà, per quello che sta facendo?
«No, perché è protetto dal Signore.»
Ce la farà?
«Difficile. Ma Dio può tutto.»
La Chiesa è quella di papa Francesco o quella delle serpi?
«In questo momento è in balia delle serpi. Ma papa Francesco sta cercando di farla diventare
una Chiesa di amore, di accoglienza e solidarietà.»
Sulla pedofilia ha preso posizioni durissime.
«E i vescovi fanno finta di non capire. Parecchi di loro temono ripercussioni sulla loro
carriera.»
Quando al papa contestano di non essere abbastanza determinato contro la pedofilia, cosa
pensi?
«Francesco è un uomo libero. Sa che la Chiesa non è quella cosa che tutti abbiamo sotto gli
occhi.»
Ti piacerebbe parlare con lui?
«Gli direi che farebbe bene ad aprire al matrimonio ai sacerdoti.»
Perché?
«Vivo il mio sacerdozio in connubio con la mia donna, ma molti preti per vivere il proprio
sacerdozio dovrebbero comprendere prima la propria sessualità.»
Perché la Chiesa non elimina il celibato dei sacerdoti?
«Perché ha timore di essere giudicata. Ma avrebbe tanti vantaggi: ci sarebbe più libertà nel
diffondere la parola di Dio e la gente vorrebbe ancora più bene ai suoi preti.»
Ho un’ultima domanda. Perché ti sei confidato con me?
«Per far capire come stanno veramente le cose.»
SEX AND THE VATICAN
Viaggio segreto negli scandali sessuali della Chiesa
Uno
È la sera di venerdì 2 luglio 2010. Sono da poco passate le nove. All’interno di un ristorante
situato nel quartiere Testaccio di Roma, le uniche donne presenti sono le due cameriere.
Una è bionda, giovane e molto carina, modello "durante il weekend servo ai tavoli per pagarmi
gli studi all’università". L’altra è mora, più attempata, tipo moglie di tassista con due figli piccoli.
I muri sono in pietra, senza finestre. Sembra di stare dentro una caverna.
Il locale è riservato per una festa. Ai tavoli del buffet ci sono patatine, noccioline, frittatine,
pasta fredda, insalata di riso, bruschette e polpette. Un deejay arrivato dalla Toscana è pronto a dettare
il ritmo della serata.
Dentro ci sono almeno una quarantina di uomini.
Si chiacchiera, si fa conoscenza, si mangia e si beve nell’attesa di qualcosa che sta per
succedere. Si avverte nell’aria che da un momento all’altro il gran galà subirà un’accelerazione
repentina.
Ci siamo. Si apre la porta del bagno. Escono due maschioni in jeans cortissimi formato
perizoma, con grosse cinture. Le cerniere dei pantaloni sono aperte, gli anfibi alti fin sotto il ginocchio.
Neri. I gilet colorati. Aperti.
Come due vere star si fanno largo tra la folla e guadagnano il palco posto al centro della scena.
Sono mori, pieni di gel, con i capelli corti, tirati all’indietro alla Richard Gere versione Ufficiale e
gentiluomo. I loro corpi sono muscolosi, morbidi, scolpiti.
Non si vede un pelo neppure con la lente di ingrandimento. La loro pelle è più unta delle tartine
con la mortadella rimaste sui vassoi del buffet.
Sono due escort.
Sono arrivati nel pomeriggio dal Piemonte con un volo di linea per essere le ciliegine sulla torta
di una serata che qualcuno ha voluto fosse speciale. Molto speciale.
Parte la musica. Si abbassano le luci. Si comincia a ballare. L’atmosfera si scalda.
I due cubisti iniziano lenti, sinuosi. Poi aumentano il ritmo.
Trascinano sul palco un uomo. Ha più o meno trentacinque anni. Indossa dei jeans, cintura
bianca, camicia rosa sbottonata fino all’ombelico.
È abbronzato. È francese. Vive a Roma.
È lui che ha organizzato la serata. È lui che ha contattato i due ballerini. Li ha ingaggiati, pagati
e prelevati poche ore prima dall’aeroporto di Fiumicino per portarli fin lì.
Ora i due escort gli rendono omaggio. Se lo spremono in mezzo, a sandwich. Lo coinvolgono in
una danza molto sensuale. Si strusciano. Lo avvolgono. Lo schiacciano. Gli aprono la camicia. Lo
accarezzano. Lo toccano.
Dirty dancing a tre in variante omosessuale.
La folla li guarda dal basso in alto. Apprezza. Applaude. Incita. Fischia. Si dà di gomito.
Il francese è un prete.
Pochi giorni prima ha celebrato la messa al mattino presto nella basilica di San Pietro.
In Vaticano.
Il francese non è l’unico prete presente alla festa.
C’è un sacerdote italiano. Porta gli occhiali, età compresa tra i quarantacinque e i cinquant’anni.
C’è un sacerdote tedesco. C’è un sacerdote brasiliano, giovane, alto e belloccio.
È molto probabile che ce ne siano altri.
Per il momento non so molto di più. E non sono neppure certo dell’identità e del ruolo delle
persone in questione. Potrei anche essere finito in mano a dei mitomani. Non voglio tralasciare alcuna
ipotesi e non voglio dare niente per scontato. Ma la serata è solo all’inizio e ciò che sta per accadere
schiuderà davanti a me scenari imprevedibili.
Nessuno sa chi sono realmente. Sanno che sono omosessuale e che sono arrivato in compagnia
del mio fidanzato.
Tutto è cominciato in una sauna.
È il tardo pomeriggio di un giorno di fine giugno. Michele è un ragazzo romano di venticinque
anni. Lavora in uno showroom.
È gay.
Da qualche settimana ha rotto con l’ultimo fidanzato. Ora è single.
Libero da impegni fa un salto in uno dei più grandi, discreti e famosi ritrovi romani per
omosessuali: un wellness center a due passi dal ministero dell’Economia.
Alla reception presenta la tessera Arci, la carta d’identità, ritira le chiavi dell’armadietto, le
ciabatte, e si avvia desideroso di passare qualche ora in assoluto relax. Non ha in testa grandi
avventure, quelle le ha già sperimentate con successo altre volte in cui è stato lì. Vuole solo staccare la
spina per qualche ora.
Si spoglia. Si toglie la camicia, i pantaloni, le scarpe, le mutande, infila i vestiti nel suo box,
chiude a chiave il lucchetto e si avvolge intorno ai fianchi il piccolo asciugamano bianco. Scende giù
per le scale verso la zona calda. Una doccia e poi entra in sauna. Tra il vapore e la luce soffusa
guadagna a fatica un pezzetto di panca libera. C’è parecchia gente, dentro: un uomo di cui si nota solo
la pancia, un altro che si sta masturbando.
Michele si siede, si lascia cadere con le spalle all’indietro. Chiude gli occhi. Divarica
leggermente le gambe. L’asciugamano si apre un po’.
Si abbandona.
Una mano si posa sulla sua caviglia. Una mano delicata.
Michele non si muove.
La mano risale lungo la gamba, il polpaccio, il ginocchio, la coscia. Ora è vicina, leggera,
rispettosa. Ecco.
No. Non ne ha voglia. Michele la blocca.
Si alza. Prende l’asciugamano ed esce. Prima di chiudere la porta della cabina lancia
un’occhiata per vedere a chi appartenga quella mano.
Un visino piccolo. Un fisico magro.
Esce.
Michele fa un salto sotto la doccia e si infila nella vasca idromassaggio. Anche lì c’è parecchia
gente. Si sdraia, chiude gli occhi. Quando li riapre, vede la sagoma di prima che gli passa davanti. Gli
sguardi si incrociano.
È carino.
Michele rimane ancora un po’ in vasca. Si alza, si asciuga e si incammina verso una sorta di
labirinto dove ci sono cabine semibuie, le dark room, con schermi che trasmettono film porno.
Qualcuno ha lasciato la porta aperta e se ne sta sdraiato nell’invitante posizione a pancia in giù.
Qualcun altro ansima. Un ragazzo viene schiaffeggiato. Dietro ogni soglia c’è sempre gente che
guarda, che attende, che si masturba.
La mano di prima è lì, in piedi, dietro una porta.
Michele passa. Guarda. Si guardano. Poi torna indietro. Ripassa. La mano gli afferra
l’asciugamano e lo trascina dentro una cabina.
Si baciano. Si toccano. Si amano.
Non è il solito incontro di sesso occasionale. Tutto è molto soft, tranquillo, educato, leggero.
Bello. Raggiunto l’orgasmo, la mano si sdraia accanto a Michele. Si accuccia al suo fianco. Lo
abbraccia. In silenzio.
Si addormentano.
Il risveglio non è per nulla imbarazzato. Si presentano, la mano vuole sapere che cosa fa
Michele nella vita, dove vive, quanti anni ha.
«E tu di dove sei?» dice Michele
«Sono francese» dice la mano.
«E cosa fai a Roma?» dice Michele.
«Studio teologia» dice la mano.
«Ma dai» dice Michele.
«Sì» dice la mano.
«Figo!» dice Michele.
«Ma hai capito?» dice la mano.
«Certo» dice Michele.
«Se vuoi farmi delle domande fai pure» dice la mano.
«Sei un prete?» dice Michele.
«Sì» dice la mano.
Michele ride.
«Tutto ok?» dice la mano.
«Certo, nessun problema. Sono credente» dice Michele.
Risata. Anche il prete ride.
Michele chiede come mai un prete non riesca a seguire l’insegnamento della Chiesa. Come mai
non riesca a essere coerente con le cose che predica dal pulpito. Non giudica. Chiede. Comprende.
La mano non si sottrae. Risponde. Vuole essere compresa.
Parla della bellezza e della grandezza del Signore, del-l’importanza del credo. E di quanto un
prete sia prima di tutto un uomo e solo dopo un prete.
Michele è sbigottito. La tranquillità con cui la mano affronta questi argomenti lo lascia
esterrefatto.
Rimangono dentro la cabina per più di un’ora.
Poi escono, fanno la doccia, si rivestono.
La mano gli offre un passaggio in macchina fino alla stazione della metropolitana più vicina.
Guida e gli racconta dei preti gay.
Dice che lui neppure se lo immagina quanti ce ne siano in giro, soprattutto a Roma. Dice che
molti sono fidanzati tra loro. Come due suoi amici, un tedesco e un brasiliano, che da quando fanno
coppia fissa sono diventati un po’ stronzetti. Dice che la Chiesa è a conoscenza di questo fenomeno e
che tace purché nessuno di loro faccia scoppiare scandali.
Apre il cruscotto. Tira fuori un collarino bianco. Glielo mostra.
Arrivati alla stazione della metropolitana si scambiano il numero di cellulare. La mano saluta e
lo invita a una festa che si terrà il 2 luglio in un locale del quartiere Testaccio. Dice che ci saranno tutti
i suoi amici, diversi preti e due escort.
Nei giorni successivi il traffico telefonico tra il cellulare di Michele e quello del francese è
bollente. Il sacerdote lo chiama una volta "tesoro" e l’altra "cucciolo". Gli racconta dei suoi impegni,
del pomeriggio in cui sta andando a fare una doccia abbronzante, della messa che celebrerà la sera alle
18 durante la quale «dirò una preghiera anche per te, se vuoi».
Si offre poi di fargli «due coccole», prospettiva questa che lo fa ridere: «Hihihihi, adoro le
coccole!». Infine gli rinnova l’invito per la festa al Testaccio ma lo prega di «non dire che ci siamo
conosciuti la settimana scorsa in sauna».
Michele chiede se può portare un’amica.
L’amica sono io.
Il francese prima dice che «rischia di essere l’unica ragazza – hihihihi! – della serata, perché gli
altri sono tutti miei amici, dal prete all’escort ateo». Poi, quando Michele lo tranquillizza sul fatto che
la sua amica è maschio, accende la luce verde.
E così, eccomi alla festa.
Recito la parte del fidanzato di Michele. Per tutti sono di Palermo, gestisco un centro estetico e
sono a Roma di passaggio. Qualche giorno di relax prima di andare a Bologna a una fiera del
benessere.
Il francese ci viene incontro, Michele mi presenta. È gentile, carino. Ci dà due biglietti per la
consumazione e va a fare gli onori di casa agli altri invitati che arrivano.
Ordino un bicchiere di vino rosso. Michele prende un mojito.
I pochi tavoli sono tutti occupati. Ci sediamo con due ragazzi.
Uno è sardo. Basso, capelli corti, sopracciglia sottili, curate, canotta bianca, collana d’acciaio,
un’infinità di bracciali, anelli, discreta muscolatura.
L’altro è pugliese, più alto e con una camicia normale.
Molti degli invitati indossano la canottiera.
Il sardo è simpatico. Tanto simpatico. Si sente lontano un chilometro quanto è simpatico.
Il sardo ride. E ogni volta che ride ti fa tremare i timpani.
Il sardo non è scemo. Il sardo è solo simpatico.
Tu non sai cosa dire e così per rompere il ghiaccio butti lì che fuori fa caldo?
Il sardo ride.
Tu provi a portare avanti la conversazione dicendo che quel giorno ti sei alzato dal letto intorno
alle undici?
Il sardo ride.
Dice che è venuto apposta da Cagliari per partecipare a questa festa. Vuole sapere da noi in che
modo abbiamo conosciuto il francese.
«In confessionale?»
E ride.
«Come in confessionale?» chiedo facendo finta di cadere dalle nuvole.
Il sardo, grande custode di segreti altrui, ci snocciola la carta d’identità del francese e ci dice
che quasi tutti gli altri invitati lo hanno conosciuto nelle varie chat gay come Gayromeo e Me2.
Il pugliese, che già è nervoso perché pur di portarsi a letto il sardo dopo la festa si deve
rincoglionire le orecchie con tutte quelle risate, si sfoga con noi. Dice che gli fa schifo pensare ai preti
che di giorno predicano in un modo e la sera razzolano in un altro. Dice che Roma ne è piena, che c’è
una basilica molto famosa dove gli omosessuali ogni tanto passano a fare il bancomat. A lui stesso è
capitato di accompagnare un amico davanti a questa chiesa. Dopo venti minuti l’amico è tornato in
macchina con in mano trecento euro.
La conversazione tocca le nostre regioni di provenienza. Si parla delle pugliesi, delle siciliane,
delle sarde. Ci si accapiglia su chi sono le più brave a letto.
È la prima volta che parlo di uomini usando il genere femminile.
Gli anfibi.
Sul nostro tavolo sono atterrati degli anfibi neri.
Sopra gli anfibi ci sono due gambe. Più su ci sono dei pantaloncini minuscoli di jeans. Sopra c’è
un gilet aperto e in cima si intravede la faccia di uno dei due escort che ci guarda dall’alto in basso
mentre balla tenendo fermi i piedi e muovendo tutto il resto del corpo.
Il messaggio è arrivato forte e chiaro. Basta cincischiare.
Si aprono le danze. Si balla. Ci si struscia. Si urla all’orecchio del vicino, che tanto non ti sente
lo stesso. La musica è molto forte.
I cubisti saltano di tavolo in tavolo. A loro piace stare in alto, dominare la scena. E non solo.
Uno dei due mi si avvicina. Mi afferra i capelli con entrambe le mani e mi spinge a forza la
testa verso i pantaloncini aperti. A tradimento.
Annaspo.
Vado in apnea. Non me l’aspettavo. Cioè, forse avevo rimosso la possibilità che potesse
succedere.
Gli dico che mi vergogno e mi stacco da lui. Si mette a ridere e tira con più forza.
Gli dico che davanti a tutti non ci riesco e preferisco averlo solo per me in privato.
Lui mi sorride. Ha capito. Dice che al momento non gli è possibile e mi strizza l’occhio.
A dopo. A più tardi.
Mi molla e si lancia addosso a un prete che sta ballando poco più in là.
È italiano. È un po’ più alto del francese. Indossa dei jeans e una camicia a righe bianche e blu.
Anche lui fa la fine dell’hot dog, con i due escort al posto del pane. Viene trascinato nell’angolo più
buio della sala e ci rimane per almeno una ventina di minuti. Quando riappare non ha più gli occhiali, è
senza camicia e ha i pantaloni aperti.
Si va avanti così fino a notte inoltrata. Ci si ritrova davanti al locale a fumare.
Il prete italiano all’inizio sembra uno stoccafisso. Invece quando si scioglie diventa pure
simpatico. Racconta del-l’incontro con il papa avvenuto la settimana prima.
E chi l’avrebbe mai detto: è pure un burlone. Ci fa ridere molto quando si cimenta
nell’imitazione con accento tedesco di Joseph Ratzinger.
«Fenite a me ragazzi, fenite.»
Che buontempone. Intanto il gruppetto fa programmi per il giorno dopo. C’è chi propone una
gita al mare, ma lui declina perché deve celebrare messa sia al mattino che alla sera.
Il francese invece fa programmi più a breve termine: si va tutti a bere qualcosa dal mio
fidanzato e ci si ferma a dormire lì.
Ma una volta a casa, siccome ha già bevuto abbastanza, preferisce saltare questo giro e si infila
dritto in camera del mio fidanzato. Si spoglia e sfoggia fiero le sue fighissime mutande a righe
orizzontali. E quando Michele gli dice che lo eccita il fatto che lui sia un prete e che il massimo sarebbe
se indossasse l’abito talare, il francese apre la borsa, si nasconde dietro una colonna della stanza e
rispunta sempre in mutande ma con sopra la camicia grigia d’ordinanza, il collarino e gli occhiali.
«Come sto?» dice il francese.
«Sembri un prete di merda» dice Michele
Il francese ride, gli va incontro, lo abbraccia, lo bacia.
Fanno sesso. Si addormentano. Michele si sveglia per primo. Fanno ancora sesso.
Due
La mattina dopo, il francese oltre al nome ha pure un cognome.
Non so in quale struttura ecclesiastica viva e dove celebri la messa. Voglio procedere con i
piedi di piombo e preferisco pensare a lui come a una sorta di folle o di maniaco che si traveste da prete
per vivere avventure trasgressive.
Ho bisogno di riscontri, elementi oggettivi, prove inattaccabili.
Mi muovo su un terreno minato.
Per almeno un mese rimango a Roma ben introdotto nella comunità gay. Vado a messa anche
due o tre volte al giorno. Mimetizzato tra i fedeli, sgattaiolo nelle sacrestie e nelle canoniche durante le
funzioni eucaristiche. Mi inserisco da volontario nelle associazioni parrocchiali, partecipo
all’organizzazione di eventi domenicali.
Faccio nuove amicizie, non solo in giro per locali, ma anche su internet. A cominciare da
Facebook, che si rivela una miniera inesauribile di informazioni.
Proprio una richiesta di amicizia, accettata nel tardo pomeriggio del giorno dopo la festa, mi
aiuta a tracciare un po’ meglio il ritratto del prete francese.
Nelle pagine del suo profilo ci sono tantissime foto, dalla cerimonia per la sua ordinazione
sacerdotale alle tante celebrazioni eucaristiche in Vaticano: in diverse immagini è ritratto accanto a
papa Benedetto XVI. Poi eccolo in alcuni momenti di svago e durante una gita in compagnia del
sacerdote italiano e di altri due ragazzi.
La doppia vita del prete francese non è solo reale, ma anche virtuale.
Su Facebook ha anche una pagina privata. Sotto falso nome.
La foto con cui si presenta agli amici è un primissimo piano del suo occhio destro. All’interno
del profilo non c’è traccia della sua dimensione sacerdotale. Ci sono invece modelli gay seminudi,
culturisti in perizoma e un’infinita varietà di falli.
Un’immagine più delle altre cattura la mia attenzione. Potrebbe anche essere un fotomontaggio,
chissà: due ragazzi (non lui) sono sdraiati sopra l’altare di una chiesa. Sono nudi. Hanno addosso
soltanto un collarino nero e bianco.
Chiudo Facebook. Mi sposto in una chat per omosessuali.
Ormai è diventata un’abitudine quotidiana, specie a tarda ora.
Cerco preti.
Voglio capire come si pongono, cosa scrivono, che tipo di relazioni imbastiscono.
Nei giorni trascorsi a Roma ho incontrato solo ragazzi omosessuali. Mi hanno detto di aver fatto
sesso con sacerdoti e di averli conosciuti soprattutto in un paio di chat: Me2 e Gayromeo.
Un mio nuovo amico mi racconta di un contatto avuto qualche tempo prima con un uomo che si
era detto disponibile in zona stazione centrale. Era un sacerdote straniero, anche se viveva a Roma da
tanti anni. Gli piaceva la pulizia: si era offerto di pulirgli l’appartamento.
Ritrova il suo contatto, me lo gira e io provo a farmi vivo fingendomi lui.
Il suo nickname è Ciaotesoro.
È diretto. Fin troppo. Mi invita ad andarlo a trovare nel convento dove vive.
«Voglio trasgressione, mi piace massaggiare, ma non lo prendo dietro.»
Io:
«Ottimo, mmmm, ottimo».
Lui:
«Tu baci?».
Io:
«Sì».
Lui:
«Mmmmmm».
Io:
«Ovunque».
Lui:
«Ti va di rischiare nel corridoio del convento?».
Io:
«Ovvio, sarà iper eccitante».
Lui:
«Nudi».
Io:
«Sì, speriamo bene. Ma tu hai una camera tutta tua?».
Lui:
«Sì».
Io:
«Ottimo così poi le cose le completiamo lì».
Lui:
«Certo, faremo tutte le cose in camera... e poi a volte fuori».
Io:
«Ok... ottimo, mi piace, mi piace».
Lui:
«Fino a che ora puoi stare qua?».
Io:
«Fino a quando vuoi tu».
Lui:
«Che ne so».
Io:
«Dimmi tu, no problem».
Lui:
«Se vieni alle 21 ci può essere qualcuno che gira per la casa, e poi c’è la partita, più tardi è più
sicuro per farlo in corridoio».
Io:
«Più tardi è troppo».
Lui:
«Troppo cosa».
Io:
«Troppo tardi per tornare a casa».
Lui:
«È vero, ho capito».
Io:
«Ok?».
Lui:
«Ok».
Io:
«Ma tu conosci altri preti gay?».
Lui:
«No. Sei peloso?».
Io:
«Normale, poco, sul petto li ho rasati».
Lui:
«A cazzo come sei?».
Io:
«Sono messo molto bene. E tu?».
Lui:
«Non tanto bene, sui 16-17».
Io:
«Il mio è più grande».
Lui:
«Quanto?».
Io:
«21-22 cm».
Lui:
«Ok, sei porko?».
Io:
«Molto, dimmi cosa vuoi?».
Lui:
«Essere pikkiato».
Io:
«E poi? Dimmi tutto».
Lui:
«Poi vediamo».
Io:
«Dai, raccontami, così mi eccito e vengo con più idee».
Lui:
«Sei un po’ bastardo?».
Io:
«Sì, sì, molto più di tutti gli altri... dimmi cosa vuoi che faccio da bastardo».
Lui:
«Preferisco essere sorpreso... vediamo cosa sai fare».
Io:
«Vedrai che ti toccherà mettermi un limite... Scarpe? Pissing? Sputi?».
Lui:
«Sì, che scarpe usi?».
Io:
«Ora ho le Superga, come ti piacciono i piedi?».
Lui:
«Normali, che numero usi?».
Io:
«45. Lecchi scarpe e piedi? Odorosi anche?».
Lui:
«Sì».
Io:
«Mmmm, ottimo».
Lui:
«Mutande? Come sono?».
Io:
«Ora ho degli slip, ti vanno bene?».
Lui:
«Sì».
Io:
«O vuoi che venga direttamente senza? Tu che mutande hai?».
Lui:
«Da quando li usi?».
Io:
«Da ieri mattina, vanno bene o li cambio con un paio puliti?».
Lui:
«Noooo, lascia così».
Io:
«Ti piacciono odorosi?».
Lui:
«Sì, li preferisco odorosi, usati».
Io:
«Mmmmm».
Lui:
«Bestemmi?».
Io:
«Ovvio che sì, ma dobbiamo fare tutto in religioso silenzio?».
Lui:
«No, ma fuori sì».
Io:
«Com’è la tua camera?».
Lui:
«Grande».
Io:
«Ma arredata in stile convento?».
Lui:
«No, ti piacerebbe farlo un po’ in cappella?».
Io:
«Mamma mia... cazzo sarebbe favoloso, sarebbe possibile?».
Lui:
«Sì».
Io:
«Cazzo, allora ci voglio andare, anche se per poco».
Lui:
«Mi piacerebbe mettessi le tue palle dentro il calice».
Io:
«Mmmmm davvero?».
Lui:
«Sì».
Io:
«Ma non sarà davvero troppo rischioso tutto questo? Quanti siete in questo convento? Che ruolo
hai tu?».
Lui:
«Tu lo vuoi fare?».
Io:
«Sì, ovvio che sì».
Lui:
«Ok, ma tu sei agnostico o ateo?».
Io:
«La verità? Sono cattolico. Sarà per questo che i preti mi eccitano?».
Lui:
«Ma sei praticante?».
Io:
«No».
Lui:
«Perché vuoi farlo?».
Io:
«Mi eccita moltissimo».
Lui:
«L’hai già fatto?».
Io:
«Tutte queste cose no, ma l’ho già fatto con un prete e per questo mi piacerebbe tanto un’orgia
con tanti preti... tutti in tonaca... sarebbe bellissimo...».
Lui:
«Cos’altro hai fatto con quel prete?».
Io:
«Tutto».
Lui:
«Cioè? In corridoio?».
Io:
«Abbiamo fatto sesso completo, ma da me, a casa».
Lui:
«Era vestito da prete?».
Io:
«Ovvio che sì, e sotto la tunica nulla... ti va davvero di fare tutto questo per me?».
Lui:
«Sì, mi piacerebbe leccarti il buco del culo sull’altare».
Io:
«Sì, sono disposto a tutto, davvero».
Lui:
«Ma il problema è che alle 21 o alle 22 c’è gente, è presto x fare tutto questo».
Io:
«Quanta gente c’è lì con te in convento?».
Lui:
«Siamo in dieci».
Io:
«Ammazza, siete tanti. E nessuno è gay dichiarato? Non fai mai sesso con qualcuno lì dentro?».
Lui:
«Che ne so».
Io:
«Ok, ok, ok. Dai, è rischioso ma eccitante. Ci possiamo chiudere in cappella?».
Lui:
«No, la porta si chiude, ma non ho la chiave».
Io:
«Ok, il rischio maggiore aumenta l’eccitazione».
Lui:
«Puoi venire con dei pantaloni facili da abbassare, senza bottoni, tipo tuta?».
Io:
«Mi metto i bermuda, tolgo la cintura, così mi vanno larghi e non c’è bisogno di sbottonare
nulla».
Lui:
«Hai peli sulle gambe?».
Io:
«Pochi».
Lui:
«Senti, allora».
Io:
«Dimmi tutto».
Lui:
«Devo andare via».
Io:
«Ok, che faccio, ti chiamo quando arrivo?».
Lui:
«Lasciamo perdere... ok... non mi va».
Io:
«Ma perché?».
Lui:
«Era solo per eccitarsi».
Non ci credo. Non può essere. Non può essere un prete.
Sarà un maniaco che si masturba mentre mi scrive.
La cosa si ripete la sera dopo e l’altra ancora. Concordo un appuntamento ma non ci vado
proprio perché non ho dubbi sul fatto che sia solo uno schifoso e che stia millantando di essere un
sacerdote.
Così prendo la nostra conversazione virtuale che avevo salvato e la butto nel cestino del
computer. Ed è lì che sarebbe rimasta se un paio di settimane dopo non fosse successo qualcosa che mi
ha fatto ricredere.
Intanto è sabato 3 luglio. Roma vive il suo grande giorno: il Gay pride.
Al grido di «Un bacio contro la paura e i pregiudizi. Contro le aggressioni e i diritti negati», nel
pomeriggio sette carri simil-carnevaleschi che sparano musica ipnotica ad alto volume muovono da
Piramide verso piazza Venezia.
Imma Battaglia, storica attivista del movimento LGBT, chiede a tutti di dare una bella risposta
pacifica all’ondata di violenza che si è abbattuta sugli omosessuali. Invoca unità, pace, partecipazione e
serenità. Oltre alla legge contro l’omofobia.
Il Gay pride è uno straordinario festival di suoni e colori.
Ci sono tante transessuali arrampicate sui loro tacchi a spillo, così alti che sembrano dei
trampoli. Ci sono paillettes e veli di ogni genere. Coppie di lesbiche in doppio vestito da sposa.
Ragazzine che si tengono per mano. C’è l’avvocato con il fidanzato. Ci sono famiglie Arcobaleno e
genitori di giovani gay. Una signora dice che lei e il marito hanno rischiato di perdere la figlia perché
non volevano capire e accettare la sua omosessualità.
«L’amore tra uguali non è poi così diverso» c’è scritto su un cartello che reggono insieme Laura
e Anna, una impiegata e l’altra agente immobiliare. Stanno insieme da sette anni, vorrebbero sposarsi e
avere dei figli. Ce l’hanno con i politici dalla doppia morale che lasciano a casa la famiglia per andare a
trans, ma poi negano i diritti agli altri.
E hanno ragione. Hanno una sacrosanta ragione.
I carri sfilano, quel mare di gente si apre e li lascia passare. Un ragazzo abbraccia felice il suo
compagno, lo bacia. Dice che forse almeno per un giorno non ha paura di essere picchiato.
Ci sono anche tanti striscioni e cartelli indirizzati al Vaticano «reliquia fascista».
Poche ore dopo sono al tavolo di un pub con Michele e un gruppo di amici. Si parla del clima
pesante e della tensione che si respira in città.
Un ragazzo che la sera prima è stato al gay village racconta una brutta esperienza vissuta. È
ancora sotto shock. Dice che, mentre ballavano, sono arrivati quattro uomini incappucciati che hanno
lanciato petardi e bengala in mezzo alla folla. Alcuni ragazzi sono rimasti feriti. Si è scatenato il
panico. La serata sarebbe potuta finire in tragedia.
Lui non ce la fa più a vivere a Roma. Dice che nell’ultimo anno almeno una decina di ragazzi
sono stati assaliti, picchiati, sfregiati. E tutto soltanto perché si scambiavano tenerezze in luoghi
pubblici.
Michele è il più indignato di tutti. Si sente braccato. Plaude agli organizzatori del Pride che
hanno voluto simbolicamente aprire la manifestazione con un grande bacio collettivo.
«Perché ogni bacio è una rivoluzione.»
Giorgio, un ragazzo meridionale sulla trentina, emigrato al Nord per studiare e poi rimasto a
lavorare, racconta l’odissea sua e di molti amici alle prese con la ricerca di una casa in affitto. Parla
delle discriminazioni subite a causa del suo orientamento sessuale. A cominciare dagli annunci, che
spesso riportano la postilla «no gay». Dice che, su un sito molto famoso, l’annuncio per l’affitto di un
posto letto a Milano esclude alcune categorie di persone: «No fumatori, no chi russa, no gay, solo
persone serie in grado di pagare l’affitto».
Stessa storia per un appartamento a Bologna: «No gay, no party, no fumatori».
E la musica non cambia neppure in provincia di Torino, dove si cercano inquilini che siano
«persone referenziate» e si puntualizza «uomini etero, no gay».
Michele ascolta e si incazza.
Un ragazzo napoletano racconta quello che gli è successo con la ricerca di una stanza nel
quartiere Vomero. Dopo un primo contatto con la padrona di casa, la donna gli ha chiesto di pazientare
qualche giorno, il tempo necessario per parlare con l’altro coinquilino che già viveva nella casa.
Ebbene, la risposta è stata: «Gli ho parlato ma mi ha detto di non essere molto favorevole. Non se la
sente».
Eppure la stanza era singola, sbotta il nostro amico napoletano.
Nella comitiva c’è un ragazzo romano, di età compresa tra i trentacinque e i quarant’anni, che è
iscritto al partito dei Radicali e fa politica attiva. Si chiama Marco. Ha il dente avvelenato contro le
gerarchie vaticane, colpevoli ai suoi occhi di alimentare l’odio contro gay, lesbiche, bisessuali e
transgender. E la cosa che gli fa più rabbia è che le stesse gerarchie sanno benissimo che in questo
esercito di "deviati" ci sono tantissimi preti e suore che vivono la loro condizione nella clandestinità e
nel terrore.
Marco dice che ci sono molti preti gay che frequentano gli stessi locali che frequenta lui. E non
si pongono alcun problema riguardo alla macroscopica ipocrisia tra ciò che predicano di giorno e ciò
che fanno la notte. Dice che è risaputo che all’interno delle mura vaticane c’è un’area di battuage
frequentata non solo da semplici preti, ma anche da cardinali gay.
Chiedo che cos’è il battuage.
Si mettono tutti a ridere. Mi prendono in giro.
A tarda ora ci ritroviamo al gay village, dove ci raggiungono il prete francese e il prete italiano,
quest’ultimo reduce dalle due messe che ha celebrato durante la giornata.
Spiegano che in ogni caso si sarebbero tenuti alla larga dal Gay pride, ma si divertono a sentire
i nostri racconti, soprattutto quello dei due escort che, pieni di alcol fino ai capelli, narrano le
meraviglie di una manifestazione che hanno vissuto da protagonisti.
Sono riusciti a infilarsi nel carro di Luxuria, quella della tivù, e di una onorevole che però non
hanno capito bene come si chiama. Ma quando questa qui l’hanno intervistata le televisioni, loro
giurano che erano proprio dietro di lei, alle sue spalle.
Sono i nostri eroi.
Uno dei due però è preoccupato: spera che non l’abbiano visto la madre e la fidanzata che
vivono in Sicilia. Pensano che faccia il ballerino a Torino.
I due escort si scatenano. Ballano, giocano a chi ce l’ha più duro. Poi al gioco del passaggio del
ghiaccio di bocca in bocca.
Baciano chiunque capiti loro a tiro.
Il prete italiano tiene un profilo basso, chiacchiera un po’ con il resto della comitiva e va via in
anticipo rispetto agli altri. Non prima di aver flirtato un po’ con il mio fidanzato, che trova carino e
simpatico. Gli parla del suo appartamento, con le finestre che si affacciano sul Pantheon e da cui si può
godere una delle migliori viste su Roma.
Anche lui adesso ha un cognome e una struttura ecclesiastica di appartenenza.
Il francese intanto sparisce con uno dei due escort.
Poi torna in pista e sparisce una seconda volta. Dice di aver intravisto un collega dal quale non
vuole farsi vedere. Quando sparisce una terza volta è per colpa di una catechista che conosce.
Comunque tira tardi e conclude la serata nello stesso letto del giorno prima.
Tre
Il giorno dopo è domenica.
Il francese ha promesso che celebrerà la messa.
Una messa tutta per noi.
Ma quando ci si alza dal letto è già ora di pranzo. Con Michele e il francese andiamo a
mangiare un’insalata di pollo al McDonald’s. Ci sono anche i due escort, in canotta da combattimento,
grandi collane e con i trolley in mano, pronti a partire con un aereo nel tardo pomeriggio.
Ci guardano tutti. Mamme, papà, bambini, nonni. Pure i muri si girano a guardarci.
A tavola si parla del più e del meno. Il personaggio incontrastato del gruppo è il francese. È a
lui che vengono rivolte tutte le domande da comuni mortali alla ricerca di qualcosa in più rispetto a
quello che hanno visto in televisione.
A sentir lui, la vera anima nera della Chiesa sarebbe un alto prelato, di cui fa nome e cognome.
Ci alziamo da tavola intorno alle due. Ci incamminiamo verso la casa del mio fidanzato, dove il
francese ha in programma di celebrare la sua messa domenicale.
Mentre siamo per strada, il telefono di uno dei due escort squilla.
È un cliente, vuole vederli subito, chiede di essere raggiunto nel suo appartamento.
Il tempo è risicato, rischiano di perdere l’aereo.
«Non c’è problema, sarà una marchetta veloce.»
Ridono, mentre salgono su un taxi e ci lasciano con i loro trolley in mano.
Prima di entrare in casa, il francese tira fuori dalla macchina una valigetta con lo stemma
vaticano. Ci mettiamo in salotto. Lui adagia sul tavolino un quadrato di lino bianco con una croce rossa
ricamata nel mezzo. Poi sistema il calice, l’ostia grande, due bottigliette con acqua e vino, un crocifisso
e accende una candelina. Infine entra nella camera da letto e torna con l’abito bianco talare e una stola
verde che gli arriva fino ai piedi.
La messa per due fedeli e tre icone attaccate ai muri del salotto (Audrey Hepburn, Uma
Thurman in versione Pulp Fiction e Valentina di Crepax) può cominciare.
Propongo di spegnere i telefoni. Il francese dice che sarebbe carino farlo.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.»
«Siamo riuniti per celebrare questa messa domenicale che è anche l’occasione per ringraziare
Dio per la nostra amicizia e pregare perché si realizzi tutto ciò che è nel nostro cuore.»
Ma prima di cominciare, vuole che «riconosciamo i nostri peccati e che ci affidiamo alla
misericordia di Dio».
Non ci rimane che confessare tutti e tre in coro a Dio onnipotente e ai nostri fratelli che
«abbiamo molto peccato, in pensieri, parole, opere e omissioni».
Ci battiamo il petto.
«Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi fratelli di pregare per me il Signore Dio nostro.»
Il francese legge. Io so ogni parola a memoria. Michele muove le labbra come i calciatori
italiani durante l’inno nazionale alle partite dei Mondiali.
Il francese ci tranquillizza, dice che Dio onnipotente avrà misericordia di noi, perdonerà i nostri
peccati e ci condurrà alla vita eterna.
Amen.
Signore, pietà. Cristo, pietà. Signore, pietà.
Non ho mai invocato la pietà di Dio con così tanto ardore e trasporto come durante questa
messa. Mi sento un nodo alla gola. Ho l’ansia.
Mi giro a guardare Michele, che siede alla mia destra. È catatonico. Assente.
«Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti
benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa.»
Il francese legge parola per parola, non alza mai lo sguardo.
«Signore Dio, re del cielo, Dio Padre onnipotente. Signore unigenito...»
Il francese si blocca, avvicina il libretto, legge meglio, si corregge.
«Figlio unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre. Tu che togli i
peccati del mondo, abbi pietà di noi...»
I muri della casa sono rosa. Il soffitto è bianco. Alle spalle del francese, sopra un mobiletto, c’è
una cornice con l’immagine in bianco e nero di Audrey Hepburn. Qualcuno ha dimenticato davanti alla
foto una bottiglia di acqua minerale. È una bottiglia da mezzo litro. Aperta. C’è dentro meno della metà
d’acqua. È acqua Vivia. Quella che vendono sui treni e nelle stazioni. All’inizio non mi piaceva tanto,
poi mi ci sono abituato. Non è poi così male l’acqua Vivia.
«...Tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica. Tu che siedi alla destra del
Padre, abbi pietà di noi...»
Accanto alla foto c’è un vaso di vetro con una lunga orchidea. È finta. È bianca. Poco più su,
attaccato al muro, c’è un grosso orologio tondo.
«Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo Gesù Cristo con lo Spirito Santo
nella gloria di Dio Padre.»
A fianco dell’orologio c’è un mobile dell’Ikea con le ante trasparenti. Sopra ci sono delle
valigie. C’è anche una borsa di Louis Vuitton. Tarocca. Secondo me è tarocca quella borsa.
Amen.
Tocca a me leggere la prima lettura.
Il francese mi porge il libretto mentre mi porto al suo fianco. In piedi.
«Dal libro del profeta Isaia. Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che
l’amate. Sfavillate con essa di gioia, tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi
sazierete al seno delle sue consolazioni. Succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché
così dice il Signore: ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace. Come un torrente in
piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò. A Gerusalemme sarete consolati. Voi lo
vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si
farà conoscere ai suoi servi.»
Michele è seduto di fronte a me. La sedia è di plastica. Lui ha una maglietta chiara e una collana
con attaccate delle piccole targhette rettangolari militari. Quelle con il nome inciso. Ha dei pantaloncini
corti marroni, un orologio verde, di un colore come quello dell’evidenziatore.
Alle sue spalle c’è la televisione. Spenta.
«Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio.»
Dopo la lettura del salmo responsoriale passo il testimone a Michele e vado al mio posto.
Seconda lettura.
«Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati.»
Gli trema la voce.
«Fratelli... quanto a me... non... ci sia... altro...»
Michele si blocca.
«Ragazzi non ce la faccio, scusate.»
Mi alzo. Prendo il suo posto e leggo.
Faccio fatica, balbetto. Accelero per finire il più in fretta possibile.
Alleluia. Alleluia. Alleluia.
Il francese legge un brano dal Vangelo di Luca.
Poi fa una predica in cui si arrabatta alla meno peggio tra i brani per cercare di dare una sua
personale interpretazione alle letture.
Non ci capisce nulla neppure lui.
Noi crediamo.
«Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili
e invisibili. Credo in un solo Signore Gesù Cristo unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i
secoli. Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero. Generato, non creato, della stessa sostanza del
Padre. Per mezzo di lui tutte le cose sono state create.»
Il nostro coro viene coperto dal rumore assordante di un aereo in fase di atterraggio.
L’aeroporto di Ciampino non è lontano.
Il resto della messa lo trascorro cercando di acchiappare qualsiasi pensiero che mi porti lontano
da quello che sto vivendo.
Mi sento blasfemo. Mi sento sporco.
Il Padre Nostro è un calvario.
Ogni parola è un colpo di frusta bagnata sulla mia pelle.
«Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.»
Amen.
Finirò all’inferno. E non potrò invocare alcuna giusta causa.
Il francese ci dà la comunione. Noi la prendiamo.
Un altro aereo vola sulle nostre teste.
Il francese ci benedice.
«Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo.»
Noi diciamo amen.
È finita.
Andiamo tutti in pace.
Dopo aver sistemato la sua valigetta sacra nel bagagliaio dell’auto, accanto ai trolley dei due
prostituti, il francese sale in macchina con loro, fieri e raggianti per la riuscita in velocità della
marchetta, si mette alla guida e li accompagna in aeroporto.
Io vado in albergo, navigo qualche ora su internet tra Facebook e le chat, poi mi faccio una
doccia, passo a prendere Michele e andiamo a cena in un posto nel cuore del quartiere Trastevere.
Il ristorantino che scegliamo è molto grazioso.
Somiglia a uno di quei locali che si vedono nelle riviste di gossip. Fuori c’è un po’ di gente.
Qualcuno fuma, qualcuno aspetta in coda il suo turno. Noi abbiamo prenotato.
Dentro ci accoglie un omone sgraziato. Ha tutta l’aria di essere il proprietario. Si rivolge a noi
con un tale rispetto che la gente seduta si gira a guardarci, pensando di trovarsi davanti dei vip.
L’atmosfera è calda e accogliente.
Ci sono circa una dozzina di tavoli. Quasi tutte coppie, neanche fosse la serata di San Valentino.
A un tavolo sono seduti due ragazzi. Michele, che su queste cose ha un occhio infallibile, dice che sono
di sicuro gay. Infatti durante la cena il gioco di sguardi tra noi e loro è continuo.
Mangiamo piatti tipici della cucina romana, ma a piccole dosi. Beviamo vino rosso.
Alla fine il proprietario ci saluta ancora in modo molto caloroso. Che tipo strano. Michele dice
che somiglia a uno di quei gay bear che in discoteca ballano musica techno sudati, senza maglia, pieni
di peli e tatuaggi.
Io non ho la benché minima idea di cosa sia un gay bear. Ma se lo dice Michele mi fido.
Facciamo due passi. Nella stessa via c’è un pub minuscolo che visto da fuori sembra molto
carino. C’è tanta gente fuori. Michele dice che è bella gente.
Ci buttiamo dentro.
Seduto al bancone del bar c’è un ragazzo giovane, vestito con pantaloni, camicia e collarino
bianco. È insieme con altri e sta parlando con il barista.
Io e Michele occupiamo due sgabelli vicino a lui.
Il barista è un tipo alto, palestrato, rasato al massimo e con le sopracciglia spinzettatissime.
Il prete è molto simile a lui ma ha le sopracciglia meno ritoccate.
Parlano e ridono. Provo a buttare l’orecchio ma non riesco a sentire cosa si stanno dicendo.
Mi guardo in giro. Il locale è delizioso, qualche candela sparsa qua e là, musica giusta. Sembra
un circolo frequentato da persone che si conoscono. C’è gente di ogni genere e di ogni età. Ci sono lo
pseudo emo, il frikkettone, il pariolino, il neo liceale. C’è il laureato affermato.
Prendiamo da bere.
Michele mi indica due ragazzi seduti poco più in là. Sono molto curati, ben vestiti. Sembrano
spaesati. Come se fosse la loro prima volta lì. Ridacchiano, parlottano e si guardano intorno, ma in
modo molto riservato.
Tra noi e loro si apre un incrocio di sguardi.
Michele dice che il suo gayradar gli sta mandando un segnale inequivocabile: quei due sono
gay.
Ecco il segreto. Il gayradar.
E io che pensavo fosse solo una questione di fiuto.
Il prete seduto accanto a noi sembra di casa. Conosce tutti. È in compagnia di un gruppo di
persone che di certo non sono romane. Michele dice che secondo lui è gente di paese venuta a passare il
fine settimana in città. E mi indica il modo in cui sono vestiti. Un paio hanno un tremendo marsupio
attaccato alla cintura.
Bevono vino rosso. Poi vanno via.
Michele attacca bottone con il barista. Lo trova un figo pazzesco. Gli chiede cosa c’è in giro. Fa
finta di non essere di Roma.
Il barista si chiama Lorenzo, ha ventotto anni, è campano. Lavora lì da circa un anno e mezzo.
Entrano in confidenza. Michele è un ragazzo curioso, chiede notizie del locale. Lorenzo dice
che è di proprietà di due soci, gay, e che nessuno dei due vive a Roma. Uno è avvocato, l’altro è un
imprenditore con diversi locali sparsi in tutto il Lazio.
Parlano a lungo. All’improvviso Michele gli dice che forse prima non ha visto bene, ma che
quello con cui stava parlando gli era sembrato un prete.
Lorenzo dice di sì.
«Capita spesso di incontrare dei preti qui dentro?»
«Ogni sera. Molti vivono qui vicino» dice Lorenzo.
«Ma dai? Brutta la loro vita da poverelli?» dice Michele.
«Macché, quelli stanno molto meglio di me, non fanno nulla e spendono molto più di quanto
guadagno io» dice Lorenzo.
«Mi sbaglio o ci stava provando con te?» dice Michele.
Lorenzo sorride. Annuisce.
Poi ci riempie i bicchieri. Dice: «Raga, tanto so’ tutti così» e si allontana.
L’atmosfera nel locale comincia a farsi un po’ più intima. La gente dentro diminuisce.
I due di prima, che il gayradar di Michele aveva segnalato, si avvicinano, lasciano i loro
bicchieri da cocktail accanto a noi, ci guardano e vanno verso l’uscita. Si voltano ancora, poi si
chiudono la porta alle spalle.
Dopo qualche minuto usciamo anche noi. Michele saluta Lorenzo, che gli strizza l’occhio.
Facciamo due passi fino alla fermata del taxi. Michele dice che se dovesse sintetizzare in
qualche modo quella serata la classificherebbe con un colore: seppia.
Colore intimo e accogliente, che aiuta a mimetizzarsi, colore di sguardi rubati, di saluti furtivi.
Colore di gente normale, che dietro frequentazioni e conversazioni che girano come su un vecchio
nastro nasconde solo un’immensa solitudine.
Lo ascolto. Prendo un sigaro dalla tasca e me lo accendo.
Una nuvola di fumo mi avvolge. Sento l’esigenza di ficcarmici dentro.
Anch’io mi sento solo.
Quattro
Poco dopo mi chiudo nella mia stanza d’albergo e mi incollo al computer fino a notte fonda.
Il prete italiano ha accettato la richiesta di amicizia su Facebook.
Entro nelle pagine del suo profilo.
Ci sono un’infinità di foto, nessuna delle quali compromettente. C’è lui mentre celebra la
messa, sia da solo che con altri preti. Sempre lui in alcuni momenti di svago insieme ad altri sacerdoti.
Oppure in compagnia di alcuni amici nella classica foto ricordo davanti ai monumenti.
Un’immagine mi colpisce: un bambino dai boccoli biondi, che non deve avere più di cinque
anni, viene baciato sulla bocca da un maiale che allunga il muso attraverso la rete di recinzione.
In sé nulla di scandaloso. È anche possibile che sia un fotomontaggio o la classica immagine
scaricata da internet. La mia attenzione è catturata piuttosto dalla frase che è stata aggiunta sotto: «Ha
inizio tutto da qui».
Vado su Google, digito il suo nome e cognome.
Si aprono molte pagine. Diversi articoli di giornali, interviste, foto. In alcune è ritratto accanto a
un personaggio politico italiano di primissimo piano. Viene indicato come suo consigliere spirituale.
Sul fatto che l’uomo incontrato alla festa con gli escort sia un prete non c’è più alcun dubbio.
Nonostante l’evidenza mi sforzo di non dar nulla per scontato. Per quanto ne so, potrebbe anche essere
un ex prete, cacciato dalla Chiesa per un qualsivoglia motivo. Il rischio è alto.
Mi manca un ultimo tassello. Devo vederlo con i miei occhi mentre dice messa.
Intanto Michele scambia messaggini sul cellulare con lui.
Ricevuto il primo sms, l’italiano si dice «felice del nuovo contatto, anche se non ho un terrazzo
ma ottima vista dalla finestra :) sono come il papa su s.pietro :) A presto. Bacio a te».
Rilascia notizie utili con il contagocce.
Da una parte, le avances che gli arrivano sul cellulare non sortiscono subito effetto perché,
scrive, «la cosa mi sorprende un po’, sono vecchietto e per nulla top. Sono sincero: ho iniziato a
vedermi con uno, penso comunque si possa fare». Dall’altra, ha una vita sociale molto intensa e
frequenti uscite serali che lo portano a disdire appuntamenti anche all’ultimo istante. In quel caso
chiede «a quali punizioni andrà incontro» e, quando gli vengono prospettate situazioni ammiccanti,
scrive: «E cosa mi converrebbe di più?».
Infine parla di celebrazioni in programma per il giorno dopo insieme con altri o da solo. Ma non
specifica dove e rimane sempre sul vago riguardo al luogo. Così per diversi giorni assisto a tutte le
funzioni che si svolgono al mattino presto e alla sera nelle chiese intorno al Pantheon. Il problema è che
ce ne sono un’infinità, e dell’italiano non trovo traccia.
Trovo invece la persona con cui lui dice di vedersi da un po’.
Era con lui la sera della festa al Testaccio. Sono arrivati insieme.
Si chiama Raffaele, è un romano di una quarantina d’anni. Nella vita si occupa di turisti,
soprattutto di quelli che vogliono visitare il Vaticano.
Frequento Raffaele per qualche giorno, lo seguo in giro per la città e grazie a lui scopro mille
aspetti di Roma che non conoscevo. Nel frattempo mi racconta la sua storia.
Ha un padre medico internista, una madre insegnante e un fratello gemello.
Una famiglia tradizionalista: scuole elementari dalle suore, medie e liceo dai preti, educazione
rigida, attenzione alle discipline umanistiche, pianoforte. Università alla Sapienza, laurea in storia
dell’arte, volontariato.
Per qualche anno Raffaele frequenta il gruppo giovanile del Circolo di San Pietro. Fino all’età
di trent’anni nessuna ragazza, nessuna avventura amorosa. La lettura di un libro lo porta a farsi delle
domande, a chiedersi se deve continuare a recitare la parte del bravo ragazzo.
Sente il bisogno d’altro, di un amico, di qualcuno con cui condividere i suoi stati d’animo, i suoi
sentimenti. Il libro è Maurice, di Edward Morgan Forster, il romanzo icona del mondo gay britannico.
Raffaele mi racconta della madre, di come si fosse sempre sforzata di demolire la figura del
padre. Dice che così lei ha inculcato un atteggiamento ostile verso il sesso e le donne non solo a lui, ma
anche al fratello.
Oggi Raffaele si considera una persona serena, metodica, scrupolosa. Fa ginnastica ogni mattina
e due volte a settimana frequenta un corso di Tai Chi. Nel tempo libero scrive poesie.
Il prete lo ha conosciuto in chat.
Il loro primo incontro me lo racconta così.
«Era una calda giornata di fine giugno. Al mattino in chat mi aveva chiesto se avrei accettato
una relazione con un ufficiale o un prete. Per me era uguale. Ci siamo incontrati in piazza. Ci siamo
salutati con una stretta di mano e poi mi ha detto che aveva messo una bottiglia di prosecco in frigo.
L’ho seguito. Abbiamo preso l’ascensore e siamo entrati in casa sua. Una volta dentro mi ha
fatto visitare l’appartamento, poi abbiamo guardato la cupola di San Pietro dalla finestra della sua
camera. Mentre parlavamo, quasi bruscamente ha chiuso la finestra e mi ha ordinato di seguirlo nel
salottino.
Da quel momento sono stato il suo schiavo.
Niente domande inutili. Si è seduto sul divano e mi ha ordinato di spogliarmi, poi mi ha fatto
inginocchiare nudo davanti a lui, con le mani dietro la schiena e gli occhi bassi.
Lui ha aperto l’armadio, ha preso un collare, me l’ha chiuso con un lucchetto intorno al collo e
mi ha detto: da questo momento mi appartieni.
Mi ha spiegato che nel sadomaso esiste un codice. Verde vuol dire tortura sopportabile. Giallo,
livello di guardia. Rosso: basta, non ce la faccio più. Anch’io avrei dovuto usare quei colori per
comunicargli il mio livello di soddisfazione e sopportazione del gioco.
Poi mi ha messo il guinzaglio e l’ho seguito a quattro zampe nel bagno dove mi voleva lavare.
Sono entrato nel box doccia, mi sono inginocchiato e lui mi ha spalmato il bagnoschiuma addosso
dicendo: mi piace la pulizia. Dopo avermi insaponato bene mi ha sciacquato tutto il corpo, con
attenzione particolare per le parti intime.
Quando sono uscito mi ha asciugato, è entrato nella doccia e mi ha ordinato: lava il padrone,
ora. L’ho fatto. Si è asciugato e ha indossato un accappatoio. Quindi, sempre a quattro zampe, l’ho
seguito nel tinello. Lì mi ha fatto alzare, poi mi ha messo un grembiule e mi ha fatto riscaldare la cena:
un minestrone e una mozzarella di bufala. In frigo c’era la bottiglia di prosecco. Ne ha bevuto un po’. A
me non era consentito: gli animali non bevono alcolici.
Anche sul tavolo c’era un solo piatto. Io dovevo mangiare a terra come i cani, rannicchiato ai
suoi piedi.
Dopo aver mangiato la minestra ha scodellato i suoi avanzi nel piatto davanti a me e mi ha fatto
leccare tutto insieme a un po’ di mozzarella e a qualche pezzo di pane.
Quindi mi ha fatto alzare, ha tirato fuori dal frigo uno strudel di mele e me l’ha offerto.
Mi ha incatenato allo sportello della cucina e mi ha fatto lavare i piatti. Ogni tanto controllava
lo stato della mia eccitazione. Mi ha detto: io vado a sdraiarmi, quando hai finito chiama "signore".
Quando l’ho chiamato mi ha tolto le catene e mi ha fatto sdraiare su un lato del letto, mentre lui
guardava la televisione.
Poi mi ha messo una maschera e si è sfilato gli slip.
Ha voluto fare sesso orale, allora gli ho ricordato che uso sempre il profilattico. Ne ha indossato
uno e si è appoggiato la mia testa sull’inguine. Dopo un po’ ero stanco, perché la maschera mi faceva
salivare troppo, allora ho chiesto di toglierla.
Lui si è masturbato davanti a me».
Raffaele scrive poesie.
Questa si intitola Periferico:
Fumaioli ardenti svettano dai palazzi suburbani
verso un crepuscolo arancio metropolitano
sonoro di sirene e moto lanciate verso il vuoto
intorno i latrati dei cani si confondono alle voci stridule dei corvi
sulla strada la gente cammina sola su un tappeto di asfalto.
Il loro secondo incontro me lo racconta così.
«Sono andato a casa sua. All’inizio era molto gentile, poi all’improvviso è diventato autoritario
ed è entrato nella parte del padrone.
Mi ha detto: non puoi parlare, ora, chiedi prima il permesso.
Mi ha fatto spogliare e mi ha fatto indossare una tuta a strisce, da carcerato. Mi ha fatto
inginocchiare di fianco al letto e mi ha ammanettato. Ho dovuto mettere anche un’altra maschera con
un foro per la bocca, per cui schiumavo.
Solito rito, con lui che si toccava davanti a me e cercava di farmi eccitare. Sudavo come un cane
perché la tuta era di acrilico. Mi ha detto: per questo te l’ho messa.
Dopo mi ha fatto docciare e prima mi ha sottoposto al rito del pissing, pisciare sullo schiavo.
Mi ha detto: devi fidarti del Master.
Quando ho avuto bisogno di farla io, mi ha sistemato una bacinella accanto al tappetino dove
ero sdraiato dicendomi: i cani pisciano a terra.
Anche stavolta a cena ero nudo. C’erano due pizze surgelate riscaldate al microonde.
Io mangiavo ai suoi piedi, incatenato e con il collare.
L’acqua me la versava lui in bocca, con un bicchiere.
Quando parlavo senza chiedere il permesso mi puniva con due sculaccioni sul sedere. Poi ho
sparecchiato, ho lavato i piatti coperto solo dal grembiule. Ogni tanto mi alzava il grembiule fino
all’inguine.
Quella sera avevo una tosse secca, prima che me ne andassi mi ha dato un barattolo di miele e
un flacone di propoli dicendo: come lo fanno dalle mie parti».
Questa poesia di Raffaele si intitola Si fa sera:
Si fa sera,
come è pesante questa coltre di nubi rosa
alta sulla babele di espressioni fuggevoli
e parlo con la tua assenza.
Il loro terzo incontro è avvenuto la sera della festa al Testaccio.
«La prima volta mi aveva detto subito che era un prete. Mi aveva chiesto se la cosa mi creasse
problemi. Io avevo risposto di no e lui si era detto sollevato: "La maggior parte dei ragazzi che incontro
scappa quando gli dico che sono sacerdote". In casa aveva una foto del paesello dov’era parroco, un
borgo alpino.
Mi ha invitato a una serata gay dicendomi: sono quasi tutti preti. Quella sera sono tornato a casa
presto, senza cenare da lui, perché in quel locale almeno un aperitivo ce lo avrebbero servito. Avevamo
appuntamento a villa Pamphili, dove amo passeggiare. È arrivato alle 21, in macchina, assieme a un
suo amico, un tipo sveglio in attesa di vedere rinnovato il suo stage presso un dicastero importante
dello stato. Al locale siamo stati accolti dai due escort a torso nudo. Abbiamo preso un tavolino un po’
appartato, davanti alla postazione del deejay toscano.
Al nostro tavolo sedeva il sacerdote brasiliano di ventinove anni, di una parrocchia poco
lontano da casa mia.»
Poesia: Energia.
Al tuo corpo,
sinuosa cavità che non attraversai
alle tue gambe mistero doloroso di generazione
al tuo profilo angelico e bestiale
levo la coppa dell’ebbrezza.
Qui dove la vita incrocia l’estasi di due destini
muto si consuma il mio sacrificio.
Faccio delle verifiche scrupolose partendo da un punto fermo: Raffaele era con il prete italiano
la sera della festa con gli escort. Inoltre conosce bene la sfera privata del sacerdote, la sua provenienza
geografica, la famiglia d’origine, posizione sociale e lavorativa dei genitori.
Prima di lasciare Roma prendo un ultimo appuntamento con Raffaele.
Ci troviamo nella stessa piazza dove lui dice di aver incontrato il prete. Lo esorto a farmi strada
verso l’abitazione del religioso. Ci fermiamo davanti al portone d’ingresso. Si gira e mi indica la chiesa
lì vicino dove il don celebra le funzioni eucaristiche. Chiedo a Raffaele di raccontarmi il percorso
preciso che va dal portone del palazzo ecclesiastico fino all’appartamento del prete. Poi gli faccio
descrivere nel dettaglio l’interno della casa.
Non sbaglia una virgola.
È chiaro. Raffaele potrebbe anche essere un amico del prete e come tale aver frequentato la sua
casa. Non c’è alcuna prova che i due abbiano consumato rapporti sessuali di natura sadomaso. Su
questo punto ci sono solo le sue dichiarazioni.
Sono un po’ al limite. Mi pongo anche il problema che Raffaele in realtà possa essere una sorta
di polpetta avvelenata messa lì sul mio piatto da qualcuno che mira a screditare il mio lavoro.
Tanti dubbi, poche certezze. Decido di riportare le dichiarazioni del mio confidente con
l’avvertenza che non le voglio spacciare per verità. Sono solo la versione di una parte. Attendibile.
L’altra purtroppo è sparita e non è rintracciabile.
In ogni caso, anche nella malaugurata ipotesi, rappresentano uno spaccato dello strano mondo
in cui mi sono ritrovato a vivere per un breve periodo della mia vita.
Cinque
Le mie quotidiane esplorazioni internettiane proseguono.
Su una chat in cui si entra senza registrazione si fa vivo un tipo che si presenta con il nickname
Ospito a Trastevere. Chiede massima riservatezza. Vuole un incontro la sera stessa.
Io ho scelto un nick esplicito.
Cerco preti.
Lo so. So benissimo che mi sto spingendo al limite.
Dissemino il terreno di trappole e aspetto che i sorci finiscano dentro. La mia coscienza prova a
farsi sotto. La prendo a pugni e capisce che non è aria.
Ci sono dentro e non voglio più tornare indietro. E poi...
E poi non sono stato io a organizzare la serata al Testaccio con i preti gay. Non sono stato io a
ingaggiare e pagare due escort per farli giocare ai balli proibiti.
Hanno fatto tutto loro.
Io sono solo andato a verificare se quello che mi avevano raccontato era vero.
Era vero. È vero.
Ora voglio scoprire se mi trovo davanti a due o tre preti poco preti o se ho messo le mani su
qualcosa di molto più grande.
Una cosa è certa: non finisce qui. Non mi fermo.
Voglio capire quanta purezza c’è nel regno dei casti.
E se per raggiungere questo obiettivo dovrò passare sopra me stesso o altre persone, che sia
fatto. Senza scuse e senza presunti fini morali o di verità. Punto.
Cerco preti.
Ospito a Trastevere fa domande su domande.
Vuole sapere la mia età, la zona in cui vivo, cosa mi piacerebbe fare, peso, altezza e
caratteristiche mascoline, femminili, attive o passive.
Io dico che l’unica cosa che mi interessa è che lui sia un vero prete.
Sostiene di chiamarsi Fabio, di essere molisano anche se vive a Roma da venticinque anni, e di
essere un vero prete.
Chiedo se indosserà l’abito talare per me.
«No» dice Fabio.
Chiedo se si metterà i pantaloni, la camicia e il collarino da prete.
«No» dice Fabio.
Chiedo se si metterà qualche altro indumento sacro.
«No» dice Fabio.
Chiedo se mi farà vedere tutto l’armamentario da prete quando sarò da lui.
«Sì, te lo prometto» dice Fabio.
Dico che sono intrippato con i preti.
«Tranquillo» dice Fabio.
Chiedo il suo numero di cellulare per avvisarlo se dovessi avere contrattempi.
«No. Assolutamente no» dice Fabio.
Gli do il mio.
Dico che sono bisex e che sono fidanzato. Spero gli entri in testa che la riservatezza è anche una
mia necessità.
È il 6 luglio. L’appuntamento è fissato per la sera stessa alle 21.
Accompagno Michele a Trastevere. Rimango poco distante da lui.
Eccoli che si incontrano. Fabio ha i pantaloni beige e la maglietta bianca. Porta gli occhiali, è
alto, magro, ha i capelli chiari. Dei sandali ai piedi.
Il tempo di una breve presentazione, poi Fabio conduce Michele in una via stretta dove ci sono
la chiesa e gli alloggi di una missione cattolica.
Continua a fare domande: che lavoro fai? Da quanto tempo vivi a Roma? Da quanto sei
fidanzato? Chiede l’origine di questa fantasia con i preti.
Michele dice che nasce tutto da una storia avuta con un giovane prete appena uscito dal
seminario. Dice anche che lui usava la tonaca e da lì gli è rimasta questa fantasia.
Arrivati. Fabio tira fuori la chiave dai pantaloni, apre il portone. Entrano, attraversano l’atrio,
dove c’è una persona seduta al computer. Salgono al secondo piano. Fabio apre la porta della camera.
Dentro c’è una grande libreria, una scrivania con la Bibbia aperta su un leggìo. In tre secondi si spoglia
a trascina a letto il mio fidanzato.
Durante il rapporto si eccita nel sapere cosa faceva Michele con l’altro prete.
Finito di fare sesso, Michele gli chiede di mantenere la promessa fatta in chat.
«Cioè?» dice Fabio.
«Il vestito.»
Fabio apre l’armadio e mostra i suoi abiti sacri: due tonache nere, una bianca, una verde.
Mentre riaccompagna l’amante occasionale gli chiede se ha soddisfatto la sua curiosità di fare sesso
con un prete. Racconta che di solito, dopo il corteggiamento in chat, quando dice di essere prete molti
scappano.
Il francese sta per partire per la Francia. Ci rimarrà per tre settimane.
Il giorno prima dice messa alle sette del mattino dentro la basilica di San Pietro.
Dopo che è partito faccio un salto al convento dove mi ha detto di abitare. Faccio finta di essere
del coro della diocesi di Roma e chiedo di lui. Mi dicono che tornerà intorno al 10 agosto. Può bastare.
Nella mia ricerca spasmodica di tutti i pezzi del puzzle mi resta da completare il quadro
dell’italiano, del prete blasfemo in partenza per il Sudamerica e del missionario.
L’italiano cede alle avances e mi invita a cena in un ristorante vicino a casa sua.
Michele arriva puntuale alle nove. L’italiano indossa scarpe sportive, pantaloni beige, camicia
turchese e una borsa a tracolla nera. Prima di entrare a cena mostra la terrazza illuminata del
monsignore, il suo capo, che domina la città. Snocciola una serie di personaggi del mondo dello
spettacolo che sono assidui frequentatori di quella casa.
Il ristorante è tra piazza Navona e il Pantheon. L’italiano saluta tutti, conosce tutti, dal
proprietario ai camerieri, questi ultimi tutti gay e bellocci.
«Adesso hai capito perché vengo qua? Questo è un posto gay friendly.»
Ordina una pizza con mozzarella di bufala e una birra media.
Al tavolo accanto ci sono due uomini, lui dice che uno è un prete e l’altro è il suo fidanzato.
Battuta: «Attento perché sei in mezzo a un sandwich».
«Scusa?» dice Michele.
«Dietro di te hai un prete, davanti ne hai un altro. Ma sappi che è meglio quello che riesci a
vedere» dice l’italiano.
A sentir lui, quello è un ristorante frequentato da molti preti gay.
L’italiano racconta di aver scoperto la sua vera dimensione sessuale tre anni prima, quando è
entrato nel giro romano e ha preso a frequentare altri sacerdoti. Dice che almeno il 98 per cento dei
preti che conosce sono omosessuali, mentre gli altri vivono la loro sessualità con frustrazione e vanno
in giro sempre con la tonaca, pieni di pizzi e merletti. Dice che nella Chiesa di oggi c’è una parte
intransigente che si sforza di non guardare la realtà e un’altra più evangelica che riconosce e accetta il
fenomeno. Poi parla del brasiliano e del tedesco che si sono fidanzati e della probabile gelosia del
francese.
Michele chiede come facciano a conciliare la loro sessualità con la funzione sacerdotale.
L’italiano risponde con una omelia. Dice che sia lui sia gli altri prima di essere preti sono uomini. Il
prete non esclude l’uomo e l’uomo non esclude il prete.
Finita la pizza, l’italiano fa strada verso il suo appartamento passando per il grande portone
della grossa struttura ecclesiastica cui appartiene. Prendono l’ascensore, salgono. Una volta su, fa
affacciare Michele alle finestre per ammirare il magnifico panorama. Poi si spoglia, si mette in
pantaloncini corti e si sdraia sul letto.
Qualche sera dopo entro nella chiesa poco distante da casa sua e partecipo a una messa officiata
da lui.
Mi fingo turista, metto degli occhiali da sole per non farmi riconoscere. Mi trema la mano
mentre lo riprendo con la mia piccola telecamera che tengo ben visibile insieme a una cartina di Roma.
A questo punto provo a rintracciare don Fabio, il missionario. Ma la sua vicenda con il passare
dei giorni si tinge di mistero.
Per almeno una settimana assisto a tutte le celebrazioni in lingua italiana, spagnola e portoghese
che si tengono alla missione di Trastevere.
Niente, di lui nessuna traccia.
Intanto chiedo notizie al sacerdote più vecchio. Risponde burbero che Fabio non c’è e si
allontana indispettito. Entro a far parte del gruppo di volontari che collabora alla missione, conosco
quasi tutti, dai ragazzini ai preti brasiliani e latinoamericani. Partecipo anche alla riffa domenicale con
giocattoli di ogni genere e un computer come omaggio finale.
Niente, don Fabio non c’è.
Provo a stanarlo lasciando sotto la porta della sua presunta camera un biglietto su cui scrivo di
richiamarmi con urgenza. È firmato «il ragazzo dell’altra sera».
Niente. Sparito. Volatilizzato.
Provo infine a uscire allo scoperto con i sacerdoti della missione. Dico che sono stato nella
stanza del secondo piano con don Fabio. Descrivo tutti gli arredi della camera. Gli altri si chiudono a
riccio e dicono che lì non c’è nessun don Fabio, nessun prete di origine molisana, nessun prete italiano.
Sono passati una ventina di giorni dalla serata al Testaccio.
Chissà. Forse don Fabio in realtà non era un vero prete. Eppure aveva le chiavi e si muoveva
all’interno della missione e della camera con la familiarità di chi ci vive.
Chissà.
Prima di partire e lasciare Roma, io e Michele riceviamo un messaggio.
È il presunto maniaco, quello che si spaccia per prete e offre sesso in convento, in corridoio,
dentro la cappella.
Vuole vedermi. Vuole fare sesso con me.
Si presenta nel pomeriggio sul luogo dell’appuntamento. Michele lo aspetta.
Indossa pantaloni classici neri, camicia nera a maniche corte e sulle spalle ha uno zaino blu. È
alto almeno un metro e novanta, ha i capelli castani, corti, con riga da una parte. Parla un perfetto
italiano con accento straniero.
Si fa annunciare dicendo che è il prete.
Saluta Michele, si presentano. Poi entrano in una stanzetta.
Lui apre lo zaino e tira fuori un panno di lino beige. Lo posa sulla mensola. Poi si lancia
addosso a Michele.
Lo bacia.
Gli mette una mano nei pantaloni.
Cerca subito la cerniera.
Lo masturba.
Poi apre il panno, tira fuori un grosso calice dorato.
Lo mette sotto i testicoli di Michele, continua a masturbarlo.
Vuole quello che diceva in chat.
Michele si blocca. Trova una scusa. Non ce la fa.
Dice che ha paura di stare con un pazzo.
Lui si spazientisce, mette le mani nella tasca di dietro e tira fuori un tesserino. È identico a
quello del francese. C’è la sua foto, il suo nome.
Potrebbe essere una mente diabolica che ha falsificato tutto. Se così fosse, il lettore si farà
comunque l’idea degli strani zombie che popolano le notti romane e si aggirano intorno alle mura
vaticane.
Ma a questo punto sono portato a credere che sia realmente un prete.
Lui torna allo zaino. Tira fuori le ostie. Prende quella grande. Se la mette per metà dentro la
bocca. L’altra la fa mangiare a Michele.
Lo bacia.
Poi saluta, esce e torna in convento.
Sei
Per documentare le mie giornate romane tra sacerdoti, festini omosessuali, escort e liturgie, ho
fatto ricorso a una telecamera nascosta.
Avevo bisogno di prove certe e inconfutabili. In caso contrario sarei stato massacrato.
Infatti.
È il 23 luglio 2010. Il news magazine per cui lavoro, «Panorama», pubblica una parte
dell’inchiesta e delle immagini in mio possesso. In copertina, su sfondo nero, le mani giunte di un prete
stringono un rosario. Le unghie dell’uomo sono laccate di rosa.
Titolo: Le notti brave dei preti gay.
La prima dichiarazione della Chiesa di Roma è rilasciata all’agenzia di stampa «Ansa».
"Anonime fonti vaticane" bollano l’inchiesta come «priva di fonti concrete e circostanziate» e
la declassano a un «tentativo di trovare a ogni costo argomenti forti per svegliare i lettori sotto
l’ombrellone».
Il direttore di «Panorama», Giorgio Mulè, reagisce.
«Desidero rassicurare le anonime fonti vaticane invitandole in edicola per leggere l’inchiesta.
Ove non fosse possibile sarò lieto, se dovessero decidere di rendersi palesi con la direzione del
giornale, di fornire loro nomi, cognomi e indirizzi dei sacerdoti che hanno compiuto atti sessuali,
peraltro documentati da riprese video incontrovertibili.»
Avevo bisogno di prove certe e inconfutabili.
Qualche ora più tardi viene diffusa una nota ufficiale a firma di Agostino Vallini, cardinale
vicario del papa per la diocesi di Roma.
«La finalità dell’articolo è evidente: creare lo scandalo, diffamare tutti i sacerdoti sulla base
della dichiarazione di uno degli intervistati secondo il quale "il 98 per cento dei sacerdoti che conosce è
omosessuale", screditare la Chiesa e fare pressione contro quella parte della Chiesa da loro definita
"intransigente, che si sforza di non guardare la realtà" dei preti omosessuali.»
I fatti raccontati non vengono più messi in discussione dal Vaticano.
Sempre Vallini: «I fatti raccontati non possono non suscitare dolore e sconcerto nella comunità
ecclesiale di Roma, che conosce da vicino i suoi sacerdoti non dalla "doppia vita", ma con una "vita
sola", felice e gioiosa, coerente alla vocazione, donata a Dio e a servizio della gente, impegnata a
vivere e testimoniare il Vangelo e modello di moralità per tutti.
Questi sono gli oltre 1.300 sacerdoti delle 336 nostre parrocchie, degli oratori, delle molteplici
opere di carità, degli istituti di vita consacrata e delle altre realtà ecclesiali operanti nelle università, nel
mondo della cultura, negli ospedali e sulle frontiere della povertà e del degrado umano, non solo nella
nostra città ma anche in terre lontane e in condizioni assai disagiate.
Chi conosce la Chiesa di Roma, dove vivono anche molte centinaia di altri preti provenienti da
tutto il mondo per studiare nelle università, ma che non sono del clero romano né impegnati nella
pastorale, non si ritrova minimamente nel comportamento di costoro dalla "doppia vita", che non hanno
capito che cosa è il "sacerdozio cattolico" e non dovevano diventare preti.
Sappiano che nessuno li costringe a rimanere preti, sfruttandone solo i benefici.
Coerenza vorrebbe che venissero allo scoperto.
Non vogliamo loro del male ma non possiamo accettare che a causa dei loro comportamenti sia
infangata la onorabilità di tutti gli altri».
In buona sostanza, secondo il Vaticano il problema evidenziato dall’inchiesta esiste. Su questo
almeno non c’è più alcun dubbio.
Conclude la nota del vicariato: «Dinanzi a simili fatti aderiamo con convinzione a ciò che il
Santo Padre ha ripetuto più volte negli ultimi mesi: "I peccati dei sacerdoti" ci richiamano tutti alla
conversione del cuore e della vita e a essere vigilanti a non "inquinare la fede e la vita cristiana,
intaccando l’integrità della Chiesa, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza,
appannando la bellezza del suo volto".
Questo vicariato è impegnato a perseguire con rigore, secondo le norme della Chiesa, ogni
comportamento indegno della vita sacerdotale».
Ora, si può discutere sulla forma e se vogliamo sulla crudeltà dell’inchiesta, ma la sostanza
delle cose raccontate c’è tutta. Tanto che il vicariato con rigore esorta i preti omosessuali a uscire allo
scoperto, a lasciare la tonaca e abbandonare la Chiesa.
Secondo punto molto importante. In sintesi la nota ufficiale del vicariato di Roma dice: si tratta
delle classiche mele marce, presenti in ogni buona famiglia. Per il resto, la Chiesa è popolata di
sacerdoti dalla vita coerente alla vocazione e all’impegno assunto. Sacerdoti al servizio di Dio e della
gente, testimoni del Vangelo e modello di moralità per tutti.
Per carità. Nessuno vuole fare di tutta l’erba un fascio.
Non ho mai avuto e non ho il benché minimo dubbio sui preti che si dannano ogni giorno a dir
messa, a stare accanto ai ragazzi e agli esclusi. Sui sacerdoti che si spezzano la schiena negli oratori,
sui missionari che passano la loro vita in posti dove persone come noi non rimarrebbero più di
ventiquattr’ore.
Il punto, però, è un altro.
Se un amico ha problemi con l’alcol o con la droga non fai certo il suo bene se per compiacerlo
dai la colpa dei suoi malesseri agli altri. Alla fidanzata che gli ha fatto le corna, al datore di lavoro
stronzo o alla società corrotta in cui viviamo che sta mandando tutto a scatafascio.
Se vuoi davvero bene al tuo amico, hai il dovere di essere schietto, diretto, crudele. Non te ne
stai con le mani in mano mentre lui si spegne lentamente.
Se hai davvero a cuore la sua sorte, gli dici come stanno le cose, che il problema sta dentro di
lui, nella sua pancia, nella sua testa. E che si deve curare.
Gli stai vicino, certo, lo accompagni pure per andare in bagno, ma non gli dai pacche sulle
spalle. Gli sbatti in faccia il suo malessere e lo convinci ad affrontarlo alla radice per risolverlo.
Se gli dici che ha ragione, che il suo datore di lavoro è stronzo o peggio che è la pedina di un
complotto internazionale che parte dall’intelligence americana, passa per i servizi segreti israeliani che
agiscono in stretta collaborazione con il Sismi, il Sisde e perfino con il suo vicino di casa, allora o sei
un cretino, o non sei un vero amico, o peggio sei in malafede. Magari vuoi solo compiacerlo perché ti
fa comodo tenerlo in quello stato, perché più lui è in difficoltà più tu gli succhi il sangue per il tuo
benessere materiale.
Se sei davvero cristiano nell’animo, e non solo a parole, se porti davvero nel cuore gli
insegnamenti di Gesù, ecco che cerchi di arrivare fino in fondo. A costo di scoprire una verità che fa
male a te per primo e poi a tutti quelli che ti circondano e vivono come te.
Se sei davvero cristiano, hai a cuore lo stato d’animo, l’equilibrio interiore e la serenità anche
delle mele marce. Non le cacci da casa tua per lavarti la coscienza e continuare a vivere nella
menzogna e nell’ipocrisia.
Se sei davvero cristiano ti chiedi se le mele marce, prima che profittatori e usurpatori, non siano
in realtà vittime.
Vittime anche della tua cecità, del tuo abbandono, del tuo degrado.
Se sei davvero cristiano vuoi capire perché.
Vuoi capire cosa pensano, cosa provano, che tipo di disagi attraversa la loro vita.
Vuoi capire se il quadretto che ti sei disegnato dall’esterno è veritiero. Se per caso non siano
sull’orlo del suicidio.
E non certo per colpa tua che sei solo alla ricerca della verità.
Ma per colpa di chi fa finta di non accorgersi che ci sono.
Che esistono.
Che sono uomini. Figli di Dio.
Che peccano come tutti i comuni mortali ma sono costretti a portarsi dietro il peso della bugia.
Se sei davvero cristiano ti chiedi se sei ancora un buon pastore.
Ti poni il dubbio. Ti metti in discussione. Alla luce del sole, davanti a tutte le tue pecorelle.
Se sei davvero un buon pastore, vuoi che le tue pecorelle ti seguano perché credono in te,
perché hanno fiducia nella tua capacità morale e di guida.
E non perché cani rabbiosi sono pronti ad azzannarle.
Se sei davvero cristiano, vuoi capire se le mele marce sono solo tre. Perché se così non fosse
vorrebbe dire che c’è tanta gente in giro con l’animo provato, sconquassato dalla fatica di un peso
difficile da portarsi appresso per tutta la vita.
Gente che soffre in silenzio, che aspetta il tuo aiuto.
Se sei davvero cristiano, vuoi anche capire se queste persone consumano sesso fine a se stesso o
sono alla ricerca di affetto, amore, contatto umano.
Se queste persone si sentono sole e abbandonate da Dio e dagli uomini.
Questo significa essere cristiani.
Questo significa amare davvero qualcuno. Amare il prossimo tuo come te stesso.
Se si tratta di sfigati, incoerenti, indegni, allora tagliamo subito la testa al toro: non sono tre o
quattro.
Sono tantissimi.
Sono tantissimi i preti che hanno una sfera sessuale nascosta, una doppia vita. Che sia
omosessuale o eterosessuale. Perché nessuno qui si sogna di fare una distinzione tra i preti che amano
una donna e quelli che amano un uomo.
Ai fini di questa inchiesta sono esattamente la stessa cosa. E il fatto che si parta dai festini di
preti gay è dovuto soltanto al caso. Nelle pagine seguenti si racconteranno, anche attraverso altre
incursioni sul campo sotto mentite spoglie, le vite e i problemi di tutti, comprese le suore e le donne
che vivono in disparte e al buio la loro difficile condizione di compagne dei sacerdoti.
Reperire dati utili a inquadrare il fenomeno è impresa difficile.
Difficile perché, com’è ovvio, non ci sono studi e tabelle ufficiali. Ci si deve accontentare di
stime ufficiose, parziali, confutabili. Che non hanno certo la pretesa di assurgere a verità scientifica, ma
possono aiutare a capire quanto è grande il terreno su cui camminiamo.
I tentativi più articolati arrivano dagli Stati Uniti.
Secondo gli innumerevoli studi dello psichiatra Richard Sipe, ex monaco benedettino ed ex
sacerdote, il 25 per cento dei preti americani ha avuto relazioni con donne dopo l’ordinazione. Il 30 per
cento è gay. Un altro 20 per cento è stato coinvolto in relazioni omosessuali, o ha avuto un conflitto
riguardante un’attività sessuale periodica, o si è sentito spinto verso un’attività omosessuale, o si
identifica come omosessuale, o ha almeno avuto una serie di dubbi riguardo il proprio orientamento
sessuale.
Richard Sipe ha dichiarato al «Boston Globe»: «Se dovessimo eliminare tutti quei preti che
hanno tendenze omosessuali, il numero sarebbe così alto che risulterebbe una bomba atomica.
Significherebbe le dimissioni di un terzo dei vescovi in giro per il mondo».
Cambiamo pagina.
Il sociologo e scrittore James G. Wolf stima che il 48 per cento dei preti americani sia gay.
Nelle sue ricerche, condotte attraverso questionari rivolti ai sacerdoti, è arrivato a queste conclusioni: il
58 per cento pensa che il celibato sia un ideale piuttosto che una legge alla quale obbedire. Il 35 per
cento pensa sia un impegno a non sposarsi piuttosto che a non avere alcuna attività sessuale. Il 41 per
cento considera la sua vita sessuale separata dalla vita da prete.
Nell’autunno del 1999, il «Kansas City Star» ha mandato un questionario a tremila preti sparsi
per gli Stati Uniti. Quelli che hanno risposto sono stati 801.
Il 75 per cento ha dichiarato di avere una tendenza omosessuale, il 15 per cento si è dichiarato
apertamente omosessuale, il 5 per cento bisessuale.
Nel 1990 il reverendo Thomas Crangle, francescano, ha mandato cinquecento lettere ad
altrettanti preti selezionati a caso. Quelli che hanno risposto sono stati 398: il 45 per cento ha dichiarato
di essere gay.
In Brasile, Il Centro de Estatística Religiosa e Investigações Sociais (Ceris), ha svolto
un’indagine anonima su un campione di 758 preti cattolici brasiliani: il 41 per cento ha ammesso di
avere avuto rapporti sessuali. La metà di loro si è detta contraria al celibato.
Veniamo all’Europa.
Eugen Drewermann, scrittore, critico, teologo ed ex sacerdote, studi alla mano sostiene che in
Germania, su un totale di diciottomila sacerdoti, almeno seimila vivono con una donna.
Sul giornale austriaco «Österreich», il teologo Paul Zulehner, dal 2000 al 2007 preside della
facoltà di Teologia cattolica dell’Università di Vienna, ha dichiarato che il 22 per cento dei preti
austriaci porta avanti relazioni con donne. Zulehner accenna anche ad altre ricerche in cui la
percentuale sale al 50 per cento.
Fa poi riferimento a un’inchiesta recente realizzata su un campione di cinquecento preti: l’81
per cento dei sacerdoti intervistati auspica l’abolizione dell’obbligo del celibato, il 51 per cento è
favorevole all’introduzione del sacerdozio femminile.
Continuiamo la nostra carrellata.
Il 59 per cento dei sacerdoti austriaci vuole l’abolizione del celibato obbligatorio: è quanto
emerge da un sondaggio effettuato dai ricercatori dell’Università Keplero di Linz su 406 preti cattolici.
Il quotidiano «The Guardian» ha parlato di mille casi di figli di preti cattolici in Gran Bretagna.
Secondo Pat Buckley, vescovo irlandese che ha messo in piedi un gruppo di supporto per
amanti di preti, almeno cinquecento donne in Irlanda hanno una relazione con un prete cattolico.
In Svizzera, stando a quanto dichiara un gruppo di aiuto di amanti di preti, ci sono cinquecento
donne che vivono una relazione con un prete, su un totale di millenovecento sacerdoti attivi. Circa
duecento bambini sarebbero nati da queste relazioni.
Stando a una ricerca dal titolo Radiografía del clero diocesano español fatta dalla rivista
cristiana spagnola «21rs», il 52 per cento del clero vorrebbe che il celibato fosse facoltativo.
E in Italia? Nulla di nulla. Nessuno ha mai provato ad abbozzare qualche studio.
E guai a contattare i sacerdoti psichiatri che seguono i casi più difficili di preti coinvolti in affari
sessuali. Ti evitano come fossi la peste.
Hanno paura. Si può parlare di tutto tranne che di sesso.
Sette
L’unico modo per capire cosa succede per davvero nel mondo sommerso dei preti italiani è
quello di mettersi in macchina, andare a Pinerolo, in Piemonte, e fare una lunga chiacchierata con don
Franco Barbero.
Un uomo di straordinarie qualità umane, una persona mite, aperta, capace come poche di
ascoltare.
La sua storia merita di essere raccontata.
Don Franco Barbero nasce nel 1939 a Savigliano, in provincia di Cuneo. Nel 1963, a
ventiquattro anni, viene ordinato sacerdote. Rimane per un paio d’anni all’interno del seminario, poi
viene mandato in una parrocchia periferica di Torino.
Una Torino che in quel periodo è già una sorta di laboratorio laico aperto. Don Franco incontra
parecchi omosessuali che si rivolgono a lui per confessarsi. È un prete molto giovane, ignorante,
papalino, ma molto attento alle persone che ha di fronte.
Ascolta.
Sul finire degli anni Settanta gli frulla in testa l’idea di fondare una piccola comunità fuori dalle
strutture parrocchiali. Ne parla con le persone che gli stanno vicino. Iniziano a trovarsi con regolarità
nella preghiera fino a quando, nel 1973, nasce la comunità cristiana di base con sede a Pinerolo.
Intanto, dopo l’enciclica Humanae Vitae del 1968, nel 1975 papa Paolo VI pubblica il
documento Persona Humana, una dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale.
Fra gli «abusi della facoltà sessuale» vengono collocati i rapporti prematrimoniali, la
masturbazione e le relazioni omosessuali. Da quel momento in avanti, di fatto, il Vaticano dichiara
guerra a tutti i gay e le lesbiche del mondo.
È il 1977. Don Franco conosce Ferruccio Castellano, un giovane credente omosessuale che lo
va a trovare spesso e con cui instaura un rapporto di comunicazione intensa. I due progettano di
organizzare un grande convegno nazionale su fede e omosessualità. Ma ovunque bussino trovano porte
sbarrate e bocche cucite. Sempre in quell’anno, per puro caso, due ragazzi omosessuali si trovano a
passare dalla comunità di base di Pinerolo. Don Franco scopre che in alcuni gruppi di Berlino e Parigi
si celebra l’amore delle coppie omosessuali.
Poco tempo dopo, il 4 febbraio 1978, nella piccola sede della comunità, don Franco Barbero
celebra l’eucarestia di matrimonio di questi due ragazzi.
Sono folli, ebbri di emozione. Soli.
Gli animi di don Franco e Ferruccio sono in tumulto. I due non hanno abbandonato l’idea del
convegno nazionale. Trovano l’appoggio del pastore Eugenio Rivoir, direttore del Centro ecumenico
piemontese Agape, e dal 13 al 15 giugno del 1980 realizzano il loro sogno del grande incontro sul tema
«Fede cristiana e omosessualità».
Evento di libertà, gioia e speranza, che suscita riflessioni nuove e fa pensare a nuove proposte.
Scrive don Franco nel suo libro Omosessualità e Vangelo (Gabrielli editore): «La nostra ottica
non era quella della trasgressione ma dell’oltrepassamento. Non si trattava di trasgredire un codice
liturgico di norme, ma di ritenerlo semplicemente decaduto. Ci prendevamo la libertà di celebrare
l’amore, non perché volevamo violare delle norme liturgiche, ma perché riconoscevamo che erano
inadeguate e non rispondevano più a nuove presenze da protagonisti e da protagoniste nella comunità
cristiana. Abbiamo assunto l’ottica di posizionarci in territori dove ci sono soggetti amanti e credenti
che hanno uno spazio reale nella comunità. E allora è necessario non cercare una via qualunque, non
entrare chini per la sagrestia, ma con tutta la dignità dei figli e delle figlie di Dio. A pieno titolo.
Oltrepassare la dinamica e il preciso codice del dettato ecclesiastico, non per polemica, non per fare la
ragazzata o la disobbedienza, non per ribellismo, ma per una consapevole maturazione, per quanto
limitata e fallibile. Riconoscendo dignità alle persone. Non si tratta di conferire dignità ma di
riconoscerla».
Nel frattempo, don Franco si dedica alla sua grande passione: la ricerca biblica e teologica.
Quando non ascolta qualcuno, legge. E quando non legge, ascolta.
Don Franco ringrazia Dio perché gli ha aperto gli occhi su un nuovo territorio dell’amore e
benedice coppie di gay e lesbiche. Non entra nel merito delle rivendicazioni omosessuali sul
matrimonio. Se ne tiene alla larga e lascia che siano i protagonisti di quel gesto d’unione davanti a Dio
a utilizzare il termine che credono: patto d’amore, in qualche caso.
Più che una scelta di nomenclatura, quella di don Franco è una scelta di sostanza: riconosce
come doni preziosi questi amori, li accoglie, li valorizza e li presenta alla Chiesa perché valuti se questa
non sia una strada percorribile.
Chiesa che per lui non è solo il luogo dove si ripete ciò che si è sempre fatto, ma uno spazio
creativo, una comunità di credenti dove Dio non è muto, dove Dio non ha finito la sua storia con
l’umanità. Una chiesa laboratorio dove si sviluppano nuovi stimoli, nuove spinte.
Se non si fanno nuove esperienze, se non si intraprendono nuovi cammini, se non si percorrono
nuovi sentieri, se non si cercano nuovi spazi, nuove teologie, allora si corre il rischio di non accogliere
il nuovo che Dio semina nelle comunità.
Il 13 marzo del 2003, alle sette del mattino, l’ora delle retate di polizia, il vescovo di Pinerolo,
monsignor Piergiorgio Debernardi, consegna a don Franco Barbero il decreto con cui viene cacciato dal
sacerdozio.
Dimissione dallo stato clericale e dispensa dagli obblighi.
Il documento è opera della Congregazione per la dottrina della fede e porta la firma del
cardinale Joseph Ratzinger.
Don Franco viene indicato come «signor Franco Barbero».
Condanna suprema e inappellabile, senza alcuna facoltà di ricorso.
Eterna.
Don Franco viene colpito al cuore. Impossibilitato a dire la sua, risponde attraverso un mensile
cattolico. Al quale affida ciò che aveva scritto qualche anno prima in un libro intitolato Il dono dello
smarrimento (Viottoli):
«Cara mia chiesa, voglio dirti che ti amo tanto. Benedico ogni giorno Dio di avermi chiamato
alla fede e spesso anche di avermi collocato in questa chiesa. In te ho incontrato le Scritture e me ne
sono innamorato... senza, in verità, che la cosa ti facesse tanto piacere. Anzi...
Ma, come ogni amore sano e adulto, la relazione con te è sempre stata un amore difficile,
profondo e sincero, ma contrastato. So che questa esperienza è comune a milioni di donne e di uomini.
Ora voglio parlarti a cuore aperto.
Ho l’impressione – anzi, molto di più, la constatazione – che con il passare dei secoli tu ti sei
progettata e strutturata come la torre di Babele: Faremo una torre alta fino al cielo... Così diventeremo
famosi e non saremo dispersi nel mondo (Genesi 11).
Hai imboccato, cara mia chiesa, una direzione pericolosa in cui prevale l’interesse a rendere la
torre sempre più alta, a tenerla insieme solida e compatta, a sorvegliare tutto e tutti dall’alto, a cingerla
di mura, a chiudere le finestre e sbarrare le porte. Ma, a guardarla troppo dall’alto, la realtà appare
diversa. Non arrivano più alla sommità le voci calde e commosse delle donne e degli uomini, non si
sentono più il rumore dei loro passi, il chiasso delle strade, le canzoni d’amore, le grida di dolore e i
palpiti dei cuori. Da lassù si perde il più e il meglio della vita...
L’isolamento più pericoloso è quello che noi cristiani possiamo costruirci da soli quando, malati
di narcisismo, vogliamo a ogni costo difendere il nostro vecchio palazzo, il nostro vetusto castello e
non sappiamo vedere il paesaggio più spazioso che Dio ha costruito e sta costruendo per le Sue
creature. Quando si ha una cura ossessiva del palazzo le persone reali passano in second’ordine... fino
a scomparire. Resta solo il palazzo e chi gli gira attorno riverente e ossequioso.
Mia cara chiesa, quanto saresti più bella, più viva se, anziché piangere per ogni pezzo della
torre che si rompe e difendere con i denti ogni mattone, tu sapessi vedere il Dio della vita che apre
spazi più ampi e demolisce le torri in cui ci imprigioniamo per orientarci verso case più umane e
abitabili...
Mia cara chiesa, ricordi Abramo?
Vattene, staccati dall’illusione di essere il centro del mondo; staccati dall’illusione che i tuoi
dogmi siano la fotografia della verità, dalla presunzione di possedere sempre l’ultima parola su ogni
questione. Abbiamo imparato a distinguere accuratamente tra le parole umane che passano e la Parola
di Dio che resta.
Vattene dalle menzogne che continui a raccontare secondo le quali Gesù avrebbe vietato il
ministero alle donne; prendi congedo dall’altra solenne menzogna per cui ministero e celibato
sarebbero inseparabilmente congiunti dalla volontà di Gesù; vattene dalle tue leggi disumane presentate
come la volontà di Dio.
Vattene dall’idolatria del diritto canonico, delle leggi che tu hai codificato nei secoli; vattene
dall’accerchiamento e dal cattivo uso delle tue tradizioni, luoghi di esperienze storicamente situate e
non mummie da trasportare intangibili da un millennio all’altro...
Vattene dall’ossessione sessuale, dalle tue sessuofobie... per cui continui a temere il piacere, ad
aver paura delle donne, a guardare con diffidenza e a offendere con i linguaggi pelosi della
comprensione omosessuali, lesbiche, separati/e, divorziati/e e conviventi anziché benedire Dio che
dona all’umanità mille forme d’amore e può far rifiorire questo amore là dove esso si era spento...
Vattene da una struttura di potere come il papato, per riscoprire un ministero che sia davvero
servizio; vattene dal balbettio dei potenti in cui fai sempre la prima donna; vattene dalla prigionia dei
tuoi comportamenti imperiali e abbraccia il sogno di Dio...».
Gli animi semplici e ingenui si emozionano alla lettura di questa lettera.
Io provo una forte emozione.
Ma c’è un’altra ragione, ben più utilitaristica, per cui mi metto in macchina e vado a Pinerolo:
don Franco Barbero in tutti questi anni è diventato il punto di riferimento, il rifugio, la spalla sulla
quale si sono appoggiati in lacrime migliaia e migliaia di preti.
Tra le oltre settecentomila lettere ricevute da don Franco Barbero, più di settemila sono a firma
di sacerdoti e suore. E, di questi, circa cinquemila sono quelli che si sono dichiarati omosessuali.
Sono lettere di sofferenza per la scoperta dell’amore verso una donna dopo aver promesso
fedeltà eterna a Dio e alla sua Chiesa. Un sacerdote quarantunenne di Napoli racconta il suo tragico
Venerdì Santo, il giorno in cui la Chiesa commemora la Passione di Gesù.
«Caro don Franco, il Venerdì Santo, scusa la bestemmia, mi sono visto io in croce. Mentre
svolgevo la liturgia c’era davanti a me la donna che mi ama. Piangeva e sono sicuro che piangeva per
me.»
Sono lettere piene di sensi di colpa, di solitudine, di silenzi, di clandestinità.
Di accuse verso una gerarchia cieca, insensibile.
Sono lettere disperate, di gente che si firma "prete miserabile".
«Mi sento come un ladro, costretto a fuggire ogni giorno da tutto e da tutti. Il peggio è che godo
di una buona fama, sono stimato da tutti. L’idea che un giorno la cosa possa essere nota mi fa morire di
spavento. Penso a mia madre, penso a tutti coloro che mi conoscono e mi stimano.» Ma c’è l’amore per
una donna che diventa quasi una droga: «C’è una forza occulta che mi spinge e alla quale non riesco a
resistere».
Sono le lettere impaurite di tanti preti omosessuali. Come sono tante le suore lesbiche.
Chiedo a don Franco se mi aiuta a parlare con alcuni di loro. Naturalmente sotto garanzia di
anonimato e con il massimo rispetto per le loro storie.
Don Franco è gentile, disponibile, corretto. Mi dice che non ha per nulla apprezzato i toni e il
modo con cui ho portato l’argomento all’attenzione dell’opinione pubblica attraverso l’articolo su
«Panorama».
Io non mi giustifico. Non cerco scuse. Dico soltanto che voglio scrivere un libro in cui mi
piacerebbe tanto ci fossero le loro voci, le loro storie, le loro esperienze umane.
Rimango per un paio d’ore a chiacchierare con lui. Ci torno una seconda volta. E una terza.
Don Franco mi accompagna a fare un giro per la comunità, tra ragazzi che vanno a fare i
compiti al pomeriggio e adulti che lasciano per qualche ora gli impegni di lavoro per assisterli.
I momenti che passo con lui hanno una straordinaria carica emotiva. Il tempo vola. Mi scordo il
motivo per cui ero venuto fin lì.
Finalmente, un pomeriggio di fine estate, don Franco mi dice che ha deciso di aiutarmi e che nei
giorni successivi contatterà lui stesso alcuni preti, suore e perfino un vescovo, ai quali girerà la mia
richiesta di incontro.
La gioia dura poco.
Quando la settimana successiva torno a Pinerolo, don Franco mi dice dispiaciuto che tutte le
persone a cui si è rivolto hanno rifiutato. Hanno paura delle possibili conseguenze. Peccato.
Qualche settimana più tardi, don Franco Barbero mi manda via e-mail una sua lettera di
riflessioni sul tema oggetto della mia inchiesta, a condizione che venga pubblicata «senza alcuna
detrazione». In caso contrario mi invita a cestinarla.
Eccola.
«Premetto che sono più che mai parte della Chiesa cattolica come popolo di Dio e continuo a
svolgere in pienezza il mio ministero pastorale. Non guardo tanto alla gerarchia che è una escrescenza
patologica, una degenerazione istituzionale. Mi interessa la "casa" e amo molte delle persone che la
abitano, la vivacizzano e contrastano i signori gerarchi che vorrebbero farne una caserma, un asilo
infantile o una prigione.
Quanto ai preti gay, non sono in grado di fare una statistica. Ne conosco soltanto poco più di
tremila. Del resto si rivolgono a me prevalentemente dei preti, dei frati, delle suore e dei seminaristi
omosessuali molto costruttivi.
La loro sofferenza, talvolta grave, non deriva dalla loro condizione omosessuale, ma dalla
emarginazione e dalla persecuzione che subiscono nelle strutture ecclesiastiche cattoliche che li
costringono alla clandestinità con la minaccia di essere privati del ministero.
Conosco inoltre molti preti gay felici e parecchi in buona compagnia amorosa. Molti
omosessuali, anche preti, sono felici.
Sono stanco di sentire e leggere lo stereotipo dell’omosessuale affamato di sesso, tormentato,
distrutto, lacerato: la statua dell’infelicità.
Penso che, restando con i piedi per terra, ben ancorati alla realtà che esige ancora una lunga
lotta per l’acquisizione dei diritti, sia tempo di inventare un nuovo linguaggio rispetto
all’omoaffettività-omosessualità. Per questo non condivisi la sua cronaca Le notti brave dei preti gay su
"Panorama". Il nuovo linguaggio al quale alludo non comporta affatto una idealizzazione delle persone
omoaffettive o l’occultamento degli aspetti negativi e immaturi, ma esige che si parli e si scriva delle
persone omosessuali-omoaffettive a partire dalla acquisizione della assoluta normalità di tali persone e
delle loro esperienze affettive e sessuali.
Esiste, invece, un diffuso parlare e scrivere a colpi di scoop e di battute che mi sembra
patologico e deviante, prima di tutto perché manca di rispetto delle singole persone e dei loro vissuti in
funzione di un "divertimento" che è spettacolo e degrado.
Anziché inseguire i "casi" un po’ "sopra le righe" e pruriginosi dei preti omosessuali, a mio
avviso, bisogna spostare l’attenzione e l’analisi sulla disumanità della istituzione cattolica ufficiale che,
masso erratico di antidemocrazia, è strutturalmente misogina, sessuofobica, omofobica e quindi
repressiva. Si tratta di un’opera educativa e culturale di grande rilievo che può interessare i cittadini
credenti e quelli attenti al fenomeno religioso. L’esperienza cristiana e cattolica va sempre più
accuratamente distinta dalle posizioni reazionarie delle gerarchie cattoliche che spesso sono passate a
essere difensori di principi astratti e di ipotesi incerte e hanno preteso di essere gli "arroganti e ben
pagati avvocati di Dio". Questo allontanamento dei vescovi dal popolo di Dio viene chiamato dalla
teologa cattolica Ivone Gebara "lo scisma della gerarchia cattolica".
L’impegno costruttivo di giornalisti e di comunicatori sociali potrebbe ispirarsi ancora una volta
allo stile relazionale di Gesù di Nazareth, profeta di Dio, nascosto dalle gerarchie sotto una montagna
di dogmi, di superstizioni e di pubblicità commerciale. Egli ha sempre privilegiato lo sguardo verso ciò
che costruiva libertà, responsabilità e felicità. Ha continuamente orientato il suo sguardo e le sue parole
nel riconoscere e nel promuovere quello che di costruttivo trovava nelle persone che incontrava. Ecco il
nuovo linguaggio: disseppellire i frammenti di amore e farli conoscere anziché narrare la palude e
soffermarsi sulle sporcizie dei palazzi. Probabilmente si fa meno audience, ma si possono aiutare le
persone a vivere secondo quello che sono senza chiedere permesso a nessuno. In pace con sé e in pace
con Dio perché tra esperienza omosessuale e vissuto cristiano non esiste alcuna contraddizione.»
Otto
Oltre a don Franco Barbero, c’è un altro modo per avere un’idea approssimativa di quanto
diffuso sia in Italia il fenomeno dei preti dalla doppia vita.
E torniamo per un attimo alla sfera omosessuale.
«Gay.it» è il portale web di riferimento per tutta la comunità lesbo, gay, bisex, transgender
italiana. Creato nel 1997, «Gay.it»è un giornale online con una redazione a Pisa e quaranta
collaboratori in tutta Italia. Gli utenti sono oltre trecentomila al mese.
Negli anni, «Gay.it» è balzato più volte agli onori delle cronache. Per le ricerche battezzate
"Goletta gay" sul grado di vivibilità delle città italiane da parte di gay e lesbiche. Per inchieste sui
ripetuti rifiuti da parte dell’Istat, l’Istituto nazionale di ricerca, di censire le coppie omosessuali. Per
l’outing di alcuni attori cinematografici. Per le denunce contro episodi di discriminazione e omofobia.
Per studi sulla presenza di omosessuali dentro la Chiesa cattolica.
Il primo grande sondaggio sul tema Sesso in confessionale è stato realizzato da «Gay.it»
nell’autunno 2007. Gli utenti coinvolti sono stati più di diecimila.
Alla fine, risultati alla mano, l’allora direttore editoriale di «Gay.it», Daniele Nardini,
commenta così i dati: «Quando abbiamo deciso di lanciare il sondaggio non avremmo mai immaginato
potesse emergere un fenomeno così diffuso».
Il 26 per cento dei partecipanti, uno su quattro, ha dichiarato di aver avuto un approccio
sessuale con uomini di Chiesa. Nel 25 per cento dei casi questo approccio si è limitato a un
apprezzamento eccessivo, nel 21 per cento a una richiesta esplicita, nel 25 per cento a un
palpeggiamento.
Il 31 per cento di coloro che ha avuto un approccio con sacerdoti ha consumato con loro un atto
sessuale consenziente. Il 3 per cento dichiara di aver subito violenza carnale.
L’8 per cento del campione all’epoca dei fatti era minorenne, di questi l’1 per cento aveva meno
di 10 anni, il 2 per cento aveva tra 11 e 13 anni, il 5 per cento tra i 14 e 17 anni. L’8 per cento ha
dichiarato di aver subito un vero e proprio atto sessuale violento, mentre nel 19 per cento dei casi il
rapporto era consenziente.
Nel 21 per cento dei casi l’approccio è avvenuto via internet, nel 16 per cento in chiesa, nel 15
per cento in luoghi pubblici, nel 14 per cento in oratorio, nel 5 per cento a scuola, nel 4 per cento nel
confessionale.
Chiosa finale di Daniele Nardini: «I dati confermano un comune sentire tra le persone
omosessuali, per cui la probabilità per un adolescente gay di subire approcci sessuali da uomini di
Chiesa è decisamente più alta della media dei suoi coetanei: vuoi per via dell’atteggiamento effeminato
di alcuni ragazzi gay, vuoi per via di una loro esclusione dal gruppo dei pari, vuoi per una certa
insicurezza che colpisce chi scopre di avere un orientamento sessuale diverso da quello dei coetanei, gli
adolescenti gay vengono identificati facilmente da chi decide di usarli come prede dei suoi abusi.
Verrebbe da dire: attenzione a mandare i propri figli in chiesa e in oratorio piuttosto che in una
associazione gay. Quanto ai preti che hanno rapporti sessuali con adulti, questo è affar loro che a noi
poco interessa e nessuno vuole metterli alla gogna. Ci basta solo fotografare una situazione che esiste
ma che troppo spesso viene taciuta e negata con forza dalle gerarchie vaticane».
All’inizio di settembre del 2010 contatto Daniele Nardini alla redazione di «Gay.it».
Daniele è persona preparata, cortese, disponibile.
Chiedo se hanno in programma qualche altro studio. Dice che non ci avevano pensato ma si
offre di metterne al più presto in Rete uno simile al primo. Mi preannuncia che, visti i tempi ristretti,
difficilmente il campione potrà essere esteso come quello del 2007.
Non ha importanza. Quello che in questo caso può essere utile capire è se in questi anni il trend
sia cresciuto o diminuito.
Risultato: gli intervistati sono ottocento. Il 37 per cento di loro dichiara di aver avuto un
approccio sessuale con uomini di Chiesa. Significa quattro persone omosessuali su dieci.
Entrando nello specifico di età, luoghi, modalità, i dati sono più o meno come quelli del 2007.
Cresce internet come occasione di incontro.
Ma se i dati servono a tracciare il perimetro del fenomeno, le testimonianze dei diretti
interessati rappresentano l’area.
Ne riporto qualcuna senza commenti né introduzioni da parte mia. Per dividerla l’una dall’altra
mi limito alla numerazione progressiva.
Uno.
«Non ha detto di essere un prete e abbiamo fatto sex più volte in sauna gay.»
Due.
«È stata una bella esperienza d’amore. Ho provato sentimenti molto forti e intensi. Non ho
avvertito di aver subito qualcosa, ma di aver condiviso qualcosa.»
Tre.
«Ci siamo contattati su una chat di incontri gay e poi ci siamo incontrati.»
Quattro.
«Il tenente cappellano durante la ferma di leva, non era neanche il mio tipo. Mi ha fatto un
pompino in sacrestia. A dirla tutta dopo ho pianto.»
Cinque.
«Ho avuto una storia con un prete per un anno. Ci siamo conosciuti in un sex club. Pensavo di
essere di larghe vedute ma a un certo punto non ce l’ho più fatta. Ho perso stima nei suoi confronti,
troppe bugie, ipocrisie. Predicava bene e razzolava male. Da laico per me era amorale la sua condotta.
È finita ma gli auguro di trovare la sua strada.»
Sei.
«Chiedevo di confessarmi, il prete mi diceva di andare accanto a lui dietro la scrivania, poi
mentre dicevo i miei peccati iniziava a palpeggiarmi. Quando però sentiva che qualcuno stava per
arrivare nella stanza mi tirava uno spintone e mi allontanava da sé.»
Sette.
«Un prete che mi piaceva molto, devo ammetterlo, anche se più grande di me di circa 30 anni,
mi ha indotto a far sesso con lui mentre la chiesa era vuota, di sera. Io prima mi sono vergognato... ma
poi mi è piaciuto.»
Otto.
«Un prete mi ha rimorchiato in un parco pubblico... lui era giovane e molto carino... mi ha
approcciato... era vestito con la tuta e portava a passeggio il cane... impossibile capire che fosse un
prete... me lo ha detto al terzo appuntamento sessuale... ho voluto chiudere io... non mi interessava
tranne che per sesso... lui avrebbe continuato anche con una storia...»
Nove.
«Sull’aereo durante un mio viaggio di ritorno da Cuba. L’aereo era pieno di cardinali di ritorno
dall’Avana dov’erano andati al seguito di Giovanni Paolo II... Io ero insieme al mio ragazzo, avevamo
dei cardinali ovunque intorno a noi: a destra, a sinistra, davanti, dietro... e non ci siamo vergognati a
essere noi stessi... Avevamo pagato il biglietto come tutti e non ci siamo certo lasciati intimorire dalla
presenza di tutti quei culi benedetti... così ci siamo coccolati, accarezzati, baciati come se non ci
fossero, anzi, proprio per la loro presenza così vicino a noi, abbiamo provato ancora più gusto a
ostentare il nostro amore, non fosse che per il gusto di provocarli! Ma la loro reazione è stata una vera
sorpresa per noi: ci aspettavamo come minimo che si lamentassero e che protestassero con le assistenti
di volo. Invece no! È successo esattamente il contrario: non soltanto non si sono minimamente
lamentati, ma ci hanno coccolati e viziati durante tutto il viaggio offrendoci, sotto uno sguardo che era
fra il divertito e il vizioso, noccioline, bibite e caramelle... il tutto mentre ci coccolavamo e
baciavamo.»
Dieci.
«Durante una confessione mi fu chiesto se volevo fare un piacere al mio confessore,
specificandomi che era come fare un piacere a Dio.»
Undici.
«A 13-14 anni mio padre, molto cattolico, mi voleva iscrivere a tutti i costi a un gruppo
giovanile dell’Azione Cattolica di una chiesa della mia città. Mi ha portato a fare prima di tutto
conoscenza con il prete di questa chiesa. Mi ha presentato al prete, e poi è andato via. Il prete, eravamo
penso nella sagrestia, mi ha fatto sedere davanti alla sua scrivania e mi chiedeva cosa studiavo, cosa mi
piaceva fare nel tempo libero. Era estate e io avevo una maglietta a maniche corte. Si alza e viene
dietro e comincia a massaggiarmi il collo con le mani mentre mi diceva che ero un ragazzo ormai, non
più un bambino, e che dovevo imparare a socializzare. Però io capivo che la cosa non era normale,
perché comunque a me non piaceva che mi venissero messe le mani addosso, così mi sono alzato e
trovando una scusa sono uscito. La strada di ritorno verso casa me la sono fatta correndo ed ero
incazzato nero con mio padre, a cui però non ho detto niente, perché non volevo pensasse cose strane
su di me. Da quel momento non sono più andato in chiesa, e quando mio padre cercava di portarmi alle
scuole di calcio, o tennis, o pallacanestro, avevo paura che mi succedesse di nuovo una cosa del genere.
Non riuscivo ad avere un atteggiamento rilassato verso gli insegnanti e gli istruttori maschili in genere,
non so, mi sentivo come una preda, non so come spiegarmi.»
Dodici.
«Dico solo che è stata una delle esperienze più tristi della mia vita.»
Tredici.
«Era un tipo trovato in chat. Fissiamo un incontro vicino a casa sua. Andiamo e capisco a quel
punto che era un prete. Dopo avermi mostrato la chiesa cominciò a far proposte sessuali esplicite, a
toccare. Quando gli feci capire che non volevo cominciò a tentare di trattenermi con forza pretendendo
un rapporto anale assolutamente non protetto. Quando capì che non sarebbe riuscito a costringermi
neanche con la forza cominciò a minacciarmi affinché non dicessi nulla a nessuno. Mi disse di essere
avvocato e sacerdote, che aveva un certo peso in Vaticano e che era bene che tacessi e non mi facessi
più vedere.»
Quattordici.
«Ero in un noto locale gay di Roma, e sono stato avvicinato da un tipo che m’ha perseguitato
tutta la sera con richieste sessuali esplicite. All’inizio era divertente, ma poi ha cominciato a rompere
perché è diventato pesante. Un mio amico m’ha detto che lo fa per prassi, tanto fa finché non si porta
qualcuno a letto a fine serata. Quindi lo fa con tutti, soprattutto le novità... piccolo particolare, è un
prete. Tutti lo sanno e lui non ne fa mistero, anzi a quanto pare la gente ci va a letto proprio per il
lavoro che fa.»
Quindici.
«Lui era insegnante a scuola dei miei fratelli, mi ha corteggiato per otto mesi, io non avevo
ancora avuto possibilità di esprimere la mia sessualità, piano piano mi ha conquistato, e ho ceduto, ma
tutto in modo dolce. Sono stato fidanzato segretamente con lui per tre anni, con qualche strascico. L’ho
lasciato perché mi tradiva.»
Sedici.
«Ho avuto esperienze sessuali con due preti diocesani. Quello che di loro mi ha sempre stupito
e un poco urtato è che entrambi mi contattano, fanno sesso e poi attaccano con filippiche
autogiustificative in cui sembra che sia stato il mondo corrotto ad approfittare di un loro momento di
debolezza, intanto io mi sento a disagio. Ovviamente se si parla con loro sono sempre prontissimi ad
attaccare il mondo gay che chiede diritti inammissibili. Il tutto mi pare un poco ridicolo.»
Tormenti e pregiudizi. Bugie. Tornaconti e ipocrisie.
Nove
La premessa.
«Ti chiedo, scusami ancora, nel caso servisse a qualcosa questa mia confidenza, di garantirmi
l’assoluto anonimato: devo decidere cosa fare della mia vita e non vorrei lo decidessero altri per me
prima.»
Lo chiamo don Contraddizione.
Don Contraddizione è un prete.
«Un prete sì, non tanto per una vera vocazione, ma per delusione sentimentale bella e buona.»
È un prete abbastanza famoso in Italia. Uno che per un lungo periodo ha fatto parlare (bene) di
sé i giornali e le televisioni.
Da un po’ di tempo a questa parte ha scelto un profilo più basso.
«Mi trovo ad affrontare difficoltà e momenti piuttosto lunghi di profonda crisi che un laico
definirebbe esistenziale mentre un sacerdote, nel proprio intimo, sa di doverla affrontare come crisi
vocazionale. Anche se di vocazione, nel mio caso, non dovrei proprio parlare tanto.»
Ci sarebbero tante cose da dire su don Contraddizione.
Tanti particolari pubblici e privati della sua vita e del suo essere sacerdote che andrebbero a
dipingere un affresco affascinante e misterioso.
Non le dico. Non posso. Non tradisco la sua fiducia.
A malincuore.
Posso solo fare domande.
Prete per delusione sentimentale?
«Lo so, pare un cliché da storiella cinematografica. Mica tutti i delusi d’amore però si mettono a
fare i seminaristi e prendono i voti. Io a vent’anni mi beccai una di quelle sbandate, caro mio, che
neppure un tram a due piani ci assomiglia.»
Un tram a due piani rende bene l’idea.
«Ero pronto a tutto per quella mia compagna di studi universitari.»
Tutti ci siamo innamorati, in molti casi non ricambiati, della compagna di corso all’università.
«Io ero ricambiato. Eccome se lo ero. A me è capitato quello che capita a tanti altri: ovvero la
fregatura, il tradimento, la beffa dell’amico del cuore che ti soffia la fidanzata.»
Non tutti quelli che hanno preso una tranvata, però, poi si fanno preti.
«I genitori che non capiscono il tuo mutismo prolungato per mesi. Il fratello che ogni sera
continua a cambiarne una sbattendoti in faccia il suo status di playboy della Versilia.»
Continua.
«Io non stavo bene, avessi avuto una buona guida sarei riuscito a vederci meglio, invece il
vecchio parroco di allora quasi urlava al miracolo nel vedermi ogni giorno chino e piangente in
chiesa.»
Un miracolo, in questi tempi di vocazioni calanti.
«Anche lui, poverello, mica capiva. Intanto si faceva strada l’idea insistente di una spinta
vocazionale. Mai fuggire nella vita, mai fuggire alla vita.»
E tu non sei fuggito.
«Mi ritrovai in seminario, io che andavo in discoteca tre sere la settimana.»
Un bel salto.
«Babbo e mamma la presero così male che non mi parlarono per un anno, festività comprese.
Mio fratello capì subito, cercò di trattenermi: scelta incauta e di apparente comodo.»
E tu sordo.
«Nulla da fare, per me era meglio affrontare il mondo con le spalle coperte da una tonaca
piuttosto che rimettermi in gioco con le donne. E mi sono fregato da solo.»
Fregato?
«Ora, a quarant’anni suonati, sono ricaduto nelle stesse condizioni di vent’anni fa. Mi pare di
sentirli i miei amici di allora: complimenti don, hai dato un esempio da seguire, tu che continui a
predicare eccetera eccetera. Meglio se mi fossi iscritto in una squadra di calcio, avrei raggiunto
senz’altro risultati migliori.»
Non ti ritieni un buon prete?
«Non è che sia un cattivo sacerdote. Qui siamo attivi e i giovani seguono tanto le attività della
diocesi.»
Anche le ragazze?
«Anche le ragazze le seguono. Anche loro sono tornate, direi sempre rimaste, nella mia vita.»
Nella tua vita di prete.
«Con un prete alcune rimangono più volentieri. Altre, se sospettano, si accontentano di una
bugia al limite della verità. Quando mi devo presentare al pubblico femminile interessato all’amicizia
che nasce in discoteca, sono sempre un atipico insegnante di religione.»
Reazione?
«Un attimo di sbigottimento, con il bicchiere in mano, poi ci cascano o ci vogliono credere, e si
continua a ballare. Lo so che ho ben poco del prete, neanche un minuscolo crocefisso che mi riporti alla
ragione o un sottile odore di incenso. Quanti atti di dolore, mio Signore.»
Ti piacciono le donne?
«Me lo chiedi così a bruciapelo?»
Sì.
«Tanto.»
Tutte?
«Quelle carine. Perché a te piacciono anche quelle bruttine?»
Anche.
«Avevamo quasi fatto una scommessa, io e te, su quel vicedirettore di carcere, la dottoressa
tutta pepe che mi guardava ammiccante durante le nostre riunioni. Avrei potuto farmela, a maggior
ragione proprio perché sono un sacerdote. Atipico, ma sacerdote.»
L’unica cosa che hai di atipico è il coraggio di parlarne, pur se coperto da anonimato.
«Il mio lavoro lo faccio bene, se vogliamo chiamarlo così. Parlano di missione. Ecco, missione
mi pare troppo. Evito di parlare di missione, mi sento meno ipocrita, una sorta di autoassoluzione.
Cinque Ave Maria e via.»
Sempre così? Cinque Ave Maria e via?
«Ne recito venti ogni volta che trasgredisco al sesto comandamento. Mi bastano venti Ave
Maria per non pentirmi di essere stato con una donna. Cosa faccio di male, se non dilaniare la mia
anima per una vocazione sofferta?»
Ogni quanto reciti le venti Ave Maria?
«Ultimamente di rado, ma da tanti anni ogni settimana mi confondo fra gli avventori dei locali
notturni della Toscana, le discoteche della marina. Fino a tardi mi diverto, bevo, ballo.»
Senza collarino.
«Mi chiedono cosa faccio. Sono l’insegnante di educazione religiosa.»
E non scappano?
«Piaccio, le donne giovani e meno giovani mi ritengono simpatico e di compagnia, alcune mi
cercano e me le ritrovo in macchina, o meglio nel miniappartamento.»
Lo scannatoio.
«Eh?»
Lasciamo perdere. In canonica?
«No, nessuna relazione in canonica. Sarebbe un vero casino.»
Nessuna relazione sessuale coordinata e continuativa. Solo rapporti occasionali?
«Solo rapporti occasionali, massimo un paio di volte e via.»
Avanti il prossimo, la prossima.
«Quando una ragazza incomincia a chiedermi troppe informazioni, soprattutto su come passo la
domenica, scatta il campanello d’allarme.»
Basta poco.
«Le relazioni le cercano i preti omosessuali, soprattutto quelli di una certa età.»
Quante donne ti fai in un anno?
«Posso evitare la domanda?»
No.
«Bischero. Sette, otto, dieci all’anno. Compresa qualche ragazzetta a tariffa oraria, quando
proprio non ce la faccio più.»
Vai a puttane.
«Sono un prete, ma prima un uomo. Maschio.»
Puttaniere.
«Si non caste, tamen caute.»
Sono ignorante. Ignoro.
«Se non castamente, almeno con cautela.»
Intendi il preservativo?
«Ma no. I preti praticano il sesso, ma devono farlo con discrezione. Come tanti altri miei
colleghi, più o meno della mia età.»
Non sempre i tuoi colleghi fanno sesso con discrezione.
«Non mi meraviglia quanto hai denunciato con tanto scandalo nel tuo articolo su "Panorama".
Mi meraviglia invece che sia stato pubblicato quanto si sa da sempre nell’ambiente. Mi ha fatto male
vedere la fotografia del sacerdote che celebra la santa messa dopo aver consumato il rapporto sessuale,
mi sono subito sentito in dovere di recitare un atto di dolore per lui.»
Perché non ti meraviglia quanto denuncio?
«Perché i sacerdoti omosessuali sono conosciuti. E se Roma è una pericolosa tentazione e aiuta
a mantenere l’anonimato, dalle mie parti è più difficile per un prete nascondersi.»
Quindi che fate voi preti dalle tue parti?
«Mai sentito parlare delle amanti dei preti, dei preti che noleggiano filmini porno, addirittura di
preti con figli segreti?»
Certo. Della serie ridateci le perpetue.
«Le perpetue non esistono più, poverelle loro.»
Scalzate dall’irrompere delle parrocchiane.
«Le parrocchiane che vanno dietro al giovane prete ci sono, è normale. In qualche caso credono
addirittura di innamorarsene, altre volte vogliono maliziosamente togliersi un capriccio, come farsi un
poliziotto in divisa, ecco.»
E quando le parrocchiane attaccano, tu come ti comporti?
«A me sarà capitato qualche volta, ma ho sempre preso le distanze. Mai essere sfacciato in
parrocchia, mai.»
Cosa pensi del vincolo del celibato?
«Del celibato dei sacerdoti non penso nulla. Nostro Signore avrebbe sì qualcosa da dire.»
Non pensi sia una spada affilata sulla serenità di voi uomini di Chiesa?
«Il mio vecchio sacerdote della Versilia, che dopo che lo avevo aiutato nella santa messa, mi
intratteneva qualche minuto in canonica raccontandomi barzellette di una comicità semplice e pulita,
mi presentava il pensiero di tanti nella Chiesa con questa lapidaria frase: quando insegnavo dovevamo
parlare ai giovincelli del valore educativo del gioco del pallone in seminario. Mai si accennava alla
sessualità.»
Già, il seminario.
«Ricordo il primo giorno. L’odore tipico del refettorio quando c’è il minestrone. Lo avrei
mangiato quasi tutti i giorni, come se altro non potesse uscire da quelle cucine. In casa con i miei non
mangiavo mai verdure, ero abituato al pesce fresco e a squisiti dolci al cucchiaio. Quanta penitenza mi
aspettava.»
Il sesso in seminario. Storie vere o leggende metropolitane?
«Mi accorsi che qualcosa non rispondeva alle mie abitudini quando le prime notti un sacerdote
veniva in ispezione e alzava di scatto le coperte al fine di controllare se facevamo qualcosa sotto con le
mani.»
Storie vere.
«Il seminario. Ancora oggi mi dicono che sia il luogo dove si compie il primo passo verso
l’annientamento di ciò che Dio ci ha donato. Si nega la fisicità, la dualità uomo donna, come se i preti
non nascessero da un rapporto. La parola d’ordine è dimenticare il proprio corpo impuro, negare quasi
l’esistenza della donna. Non esagero, purtroppo. Mi ritengo ancora oggi miracolato se non sono
diventato omosessuale come altri miei fratelli.»
Perché?
«Perché se vivi in un ambiente chiuso senza l’altro sesso, cosa finisci per fare secondo te? Ti
avvicini al compagno, cerchi sfogo fisico e forse minima comprensione e affetto da un altro uomo.
Uomo, diciamo uomo, sì. O qualcosa del genere. Credo che Dio non sia molto contento di come siamo
stati capaci di umiliare quanto lui ha voluto nella Creazione.»
Umiliare. Umiliare la volontà di Dio. È un’affermazione forte, profonda, efficace. Mi mette
quasi i brividi.
«In seminario tutto è visto come peccato, mortificazione dei sensi, obbedienza cieca. Nessuno ti
spiega però perché Nostro Signore ci ha dato un corpo da curare e i sensi, tutti i sensi, per vivere la
vita.»
Mortificazione dei sensi. Hai circa quarant’anni, più o meno la mia età. Come vive oggi un
uomo che ha mortificato per anni i suoi sensi?
«Tutto per me è più difficile, oggi come oggi. E questo dipende dal mio problema vocazionale
di fondo. Farsi sacerdote per scappare dal mondo reale dei sentimenti è il più grave errore che un prete
possa compiere. Errore che si paga nel tempo, eccome se si paga. Mica è una bischerata, ma l’inizio
della fine.»
Ti senti un uomo solo?
«Esiste in effetti anche la paura di volare da soli, senza la protezione di mamma Chiesa.
Attenzione, uso questo termine con grande rispetto e senza alcuna intenzione denigratoria, anzi. Diversi
colleghi spretati hanno dovuto affrontare il distacco dalla Chiesa con grande sofferenza interiore. La
loro nuova vita, almeno per i primi tempi, è stata difficilissima anche negli aspetti pratici quotidiani, di
sussistenza.»
È per questa ragione che non salti il fosso?
«Oggi sono un prete, un quarantenne, una persona che si chiede quanto di umano sia rimasto in
lui. L’avere continuato anche nella mia vita da sacerdote a incontrare le donne non solo mi ha fatto
capire, tardi, che la vocazione proprio non c’era. E questo in cuor mio l’ho saputo veramente da subito.
Ma mi ha messo anche di fronte al dubbio che mina l’animo di tanti di noi: quanto di giusto e quanto di
sbagliato c’è ancora nelle regole della vita sacerdotale in seno alla nostra amata santa Chiesa?»
E non trovi le risposte.
«Da due anni a questa parte vivo con un crescendo di conflitti interiori che si stanno
trasformando in paure. Paura di fallire tutto, di deludere ancora i miei genitori, di dover tornare a
quarant’anni suonati a bussare alla loro porta e chiedere accoglienza e sostegno, di venire additato per
strada come l’ex prete.»
Paure legittime, sacrosante.
«Dì la verità, tu pensi che io sia ipocrita.»
No, per carità.
«Un pochino ipocrita mi ci sento, dato che qualcuno dalle mie parti in Versilia mi addita come
il prete donnaiolo.»
E non hai paura di queste voci?
«È la verità. Che devo fare? Diminuire le frequentazioni delle discoteche, prestare maggiore
attenzione quando conosco ragazze nuove. Ma questo mi ha portato anche ad aumentare, in certi
periodi, il ricorso al sesso a pagamento.»
Non hai paura che una prostituta ti riconosca e che poi magari possa tenerti in scacco, che so,
ricattarti?
«Non sono bischero. Vado ben lontano dalle mie zone.»
E ti spari ore di macchina per soddisfare i tuoi bisogni sessuali. Se ci pensi è una follia.
«Il bisogno io lo sento. È forte. L’uomo che è in me prevarica sul prete. Da sempre. E non sono
l’unico. Ne conosco che hanno la donna fissa da anni. Come conosco preti omosessuali con rapporti
consolidati oppure occasionali.»
L’uomo prevarica sul prete, poi però il prete torna.
«Venti Ave Maria ogni volta. E dopo, ogni volta, tornare in parrocchia. Mi si stringe il cuore:
un misto di vergogna, una considerazione squallida della mia condizione, paura del giudizio della
gente. Ma non di quello del crocifisso. Lui capisce, ne sono convinto. Forse è venuto il tempo che
capisca che uomo sono.»
La Chiesa non credo si porrà mai il problema tuo e di tantissimi altri preti. Meglio l’ipocrisia
che la verità, la libertà, la pace interiore e quella con gli altri.
«Questa sono considerazioni tue. Nulla di me deve essere interpretato come un gratuito attacco
alla Chiesa: il problema sono io e tale deve rimanere.»
D’accordo. Raccontami la tua prima volta con una donna. La prima volta da prete, intendo.
«È accaduto credo un mesetto dopo il mio arrivo in parrocchia. Ancora oggi mi viene da tirare
fuori la scusa del caldo quasi estivo di quei giorni e di tutte le feste con cui mi accolsero: cene, pranzi e
vino.»
E con queste scuse riesci almeno a placare la tua coscienza?
«Macché. Sono scuse che non reggono proprio.»
Vai avanti.
«Da qualche tempo mio fratello mi parlava di un locale della riviera frequentato da belle
ragazze, abbastanza distante dalla mia sede per non dare nell’occhio.»
Il diavolo tentatore che assume le vesti di tuo fratello.
«Io la voglia di divertirmi ce l’ho sempre avuta, e da parecchio ero in castità totale.»
Quindi sei andato a caccia in discoteca.
«La voglia di stare con quella ragazza con la quale mi ero buttato in pista mica mi ha fatto tanto
pensare se ero prete o qualcosa d’altro. La mia unica preoccupazione, in quei momenti di conquista
reciproca, era di nascondere la mia professione e di essere al riparo da spioni. Nulla di più.»
Il maschio che prevale sul prete.
«La donna mi piace e, il Signore mi perdoni, mi piace tanto. La prima volta da prete mica è
stata come la vera prima volta con la ragazzetta del cuore adolescenziale. Mi sono buttato e via. Cosa
fai? L’insegnante di religione. Sul serioooo? Sì, perché? Non posso? Ti sembro un prete, forse?»
In effetti, vestito così, tutto sembri tranne un prete. Senza offesa, naturalmente.
«Soddisfatta la domanda di routine, si va avanti. Se ci sta, bene, altrimenti si cerca altrove.»
Da buon cacciatore.
«Sono sempre stato attento a non lasciare tracce, numeri di telefono o altro. Quando l’ho fatto,
perché qualche ragazza mi prendeva in particolare e avrei voluto per qualche tempo rivederla, me ne
sono sempre pentito: ti chiamano pure la domenica e vai a spiegare che celebri la santa messa e sei
irraggiungibile al cellulare.»
E come ti senti la domenica mentre dici messa?
«Quando passo del tempo con una donna, non immaginare che poi, come don Camillo mi
confessi al crocifisso. Io recito le venti Ave Maria e una volta, ma ora non più, per una settimana
evitavo il vino e i dolci. Può far ridere, lo capisco, può sembrare stupido, ma per un prete, anche per me
che la vocazione neanche più la cerco, rinunciare alla buona tavola rappresenta un sacrificio diverso dal
rispettare la castità o il celibato imposto.»
E dopo che hai fatto sesso con una donna, cosa fai? Nell’immediatezza intendo.
«Cosa vuoi che faccia? Mi farò la doccia. Voi atei idealizzate troppo la figura del sacerdote.
Così, in taluni casi estremi di soggetti veramente deviati, come i pedofili, alimentate la loro idea di
onnipotenza e intoccabilità.»
Questa da te non me l’aspettavo.
«Cioè?»
Cosa ti fa pensare che io sia ateo?
«Mi ero fatto questa idea.»
Capisco. Questa inchiesta, le cose che scrivo. Sembro un mangiapreti, un anticlericale. Invece
no. Sono cattolico. Rivendico il mio essere cattolico. Sono stato chierichetto fino ai quattordici anni.
Ho fatto la cresima, mi sono sposato in chiesa nonostante i preti ti mettessero davanti tante di quelle
montagne burocratiche da farti passare la voglia. Sembra quasi un test per capire se effettivamente vuoi
sposarti sotto il crocifisso. I miei figli sono battezzati, ogni tanto la domenica li porto a messa. Devo
continuare? Posso essere degno di sedere alla vostra mensa anche se scavo per portare alla luce una
verità che fa male a te quanto a me?
«Quello che mi hai appena detto mi fa molto piacere, mi riempie di gioia.»
Perdona il mio sfogo.
«Ti capisco, non deve essere facile neppure per te.»
Per nulla. Ma non parliamo di me. Torniamo a noi. Ti sei mai innamorato?
«Da sacerdote no, fortunatamente. Ci mancherebbe anche che perdessi la testa, o meglio il
cuore. Sarei totalmente irrecuperabile.»
Lasciami fare una battuta e torniamo a un clima più bischero. Come dire, la potenza è nulla
senza controllo.
«Bravo il bischero.»
E prima di diventare sacerdote? A parte la delusione di cui mi hai già parlato.
«Prima di entrare in seminario ho avuto una mia vita, libera da imposizioni e capace di offrirmi
grandi emozioni. Così grandi che non ho saputo gestirle. Il primo amore adolescenziale mi lasciò un
trauma forte eppure superato, almeno in apparenza: lei si suicidò lanciandosi dal balcone di casa,
qualche mese dopo che ci eravamo lasciati.»
Mamma mia. Ne hai passate tante, ora comincio a capire la vocazione da delusione.
«La triste fine della sua vita non dipese dall’interruzione del nostro rapporto. Eravamo
sedicenni. Però questo episodio deve essere ancora in me, in qualche remoto angolo della mia anima, e
a volte penso che abbia contribuito a scelte sbagliate.»
Poi hai avuto quell’altra ragazza, giusto?
«Poi sì, arrivò la ragazza che avrei sposato. In chiesa, rigorosamente in chiesa. Cinque anni
d’amore, passione, progetti: una casetta pronta tutta per noi. Come uno sprovveduto non sono riuscito a
sopravvivere al lutto dell’abbandono imprevisto e improvviso. Ci sono cascato, un tonfo pesante, il
crollo di ogni certezza.»
Ed eccoci qui.
«I miei genitori e in particolare mio fratello capirono, solo lui però cercò di dissuadermi
dall’intraprendere una strada che meriterebbe totale rispetto, dedizione, abbandono a Dio. La vocazione
vera. Io scappavo. E non potevo che accettarne la penitenza.»
E scappi ancora oggi, mi pare. Che cosa cerchi in una donna? Sesso, affetto, comprensione,
amore?
«Sesso. Né più né meno. Sesso come ogni uomo lo cerca in una donna di cui non è innamorato
ma da cui è solo attratto fisicamente.»
Senza alcun coinvolgimento emotivo.
«Mai cercarlo, va evitato. Nel rapporto di una notte, di un’ora clandestina, cerco di evitare ogni
legame.»
Che condanna.
«Una condanna? Evitiamo di drammatizzare, mi considero un uomo in cerca di piacere, punto.»
Che sogni fai la notte?
«Dormo troppo poco per sognare.»
I sensi di colpa?
«Sono conflittuale, preso da una forte crisi esistenziale, neanche più vocazionale. Agli occhi di
tanti dovrei probabilmente finire al rogo come ai tempi della santa inquisizione. Ma quando penso ai
miei confratelli sacerdoti che si macchiano di orribili nefandezze con bambini, quando penso a certi
vescovi che, malgrado le indicazioni del Santo Padre, ancora coprono questi reati, allora mi assolvo. E
riesco a dormire.»
Come ti vedi da grande?
«Quando smetterò di considerarmi un Peter Pan, forse crescerò.»
Dentro la Chiesa?
«Oltre non me la sento di andare. Malgrado la mia crisi attuale o di sempre, il mio futuro è nella
mia Chiesa e non voglio esporla oltre. Fai di questa confessione quanto ritieni utile e stai attento alle
vendette dei sacri palazzi.»
Dieci
Don Contraddizione si concede ai piaceri del sesso occasionale ma prova in tutti i modi a
restare fedele a colei che ha scelto come sua sposa: la Chiesa. La sua condotta di vita non è poi così
diversa da quella di tanti cristiani padri di famiglia che tornano tra le braccia della donna amata dopo
l’ennesima scappatella.
Ma tra i sacerdoti che non rispettano il vincolo della castità ce ne sono tantissimi che hanno una
vera e propria vita parallela, una compagna fissa con la quale non soltanto fanno sesso ma vivono di
nascosto come marito e moglie.
Dalla Germania alla Francia, dalla Spagna all’Irlanda, dalla Svizzera all’Austria, dalla Polonia
all’Africa, dall’America Latina agli Stati Uniti e al Canada. Accade la stessa cosa in ogni parte del
mondo, non solo a Roma e nei dintorni del Vaticano.
Questa inchiesta non si pone confini geografici e racconta esperienze, sotterfugi, bugie, amori
clandestini, figli nascosti, drammi umani e familiari che investono l’intero universo cattolico.
È l’aprile del 1983. Siamo in Germania. Sulle pagine della rivista «Publik-Forum» appare
questo annuncio: «Cercansi donne vittime come me del celibato dei preti interessate a uno scambio di
esperienze ed eventualmente alla formazione di una comunità solidale. Rispondere ad Anne».
Anne è una donna tedesca innamorata di un prete cattolico. Sa bene di non essere la sola,
conosce di persona molte altre che vivono la sua stessa situazione. Ma nessuna ha il coraggio di uscire
allo scoperto. Anne prova allora a sparigliare le carte.
Ci riesce.
Nei tre anni successivi alla pubblicazione di quelle poche righe, oltre trecento donne escono
dall’oblio, trecento donne «prigioniere della stessa cappa di silenzio».
Da quella esperienza nasce un’associazione, Initiativgruppe vom Zölibat betroffener Frauen
(Gruppo d’iniziativa delle donne vittime del celibato), che raggruppa tutte coloro che hanno vissuto o
vivono in clandestinità una relazione amorosa con un prete.
L’associazione esiste ancora oggi e ha un sito internet proprio.
La homepage si apre con un’animazione in bianco e nero che rende bene l’idea della loro
situazione: una donna in abito da sposa avanza a fianco di un prete, ma il loro cammino è reso difficile
da un’enorme palla che l’uomo porta al piede.
Nella palla c’è scritto celibato.
Contatto per e-mail Barbara Kremmer, la portavoce dell’associazione.
Mi risponde con poche righe: «Sono molti i preti cattolici che vivono in segreto una relazione
con una donna. Le principali vittime di queste relazioni clandestine sono innanzitutto le donne e i loro
figli. Esse si pongono molte domande, si sentono sole, hanno paura del futuro, sono spesso afflitte da
un senso di colpa».
Barbara Kremmer fa riferimento a studi e stime accurate sul fenomeno. Mi rimanda ad altre
associazioni che operano in giro per l’Europa.
In Svizzera, da oltre vent’anni esiste ZöFra, il cui nome deriva dall’unione delle parole tedesche
Zölibat, celibato, e Frau, donna.
La struttura offre un servizio di consulenza alle famiglie dei preti cattolici. Allo stato attuale
dichiara di assistere circa quattrocentocinquanta donne e oltre centoquaranta bambini nati dalle loro
relazioni clandestine.
Parlo al telefono con Gabriella Loser, presidente di ZöFra.
«Il nostro compito consiste nell’accompagnare da un punto di vista psicologico le donne che
vivono in segreto una relazione con un prete cattolico. Le situazioni con le quali ci confrontiamo sono
numerose e diverse tra loro.
Ci sono donne che sono state lasciate da un prete per un’altra, che hanno dei figli dai loro
compagni sacerdoti e si trovano in difficoltà perché il padre continua a svolgere il suo ministero, che
sono state abusate da un prete, che hanno abbandonato il proprio ordine religioso per amore di un
uomo. Come ci sono donne il cui compagno è morto e non sanno dove trovare conforto perché la loro
era una relazione segreta.»
La maggior parte dei problemi nasce dal peso della doppia vita. Molti preti finiscono per
ammalarsi, cadono in depressione, si abbandonano all’alcol o agli psicofarmaci.
«Alcuni lottano per tutta la vita con il pensiero di abbandonare il sacerdozio e godersi alla luce
del sole la relazione con la donna che amano, ma poi non riescono a compiere il grande passo. Non
vogliono rinunciare al proprio lavoro. I sacerdoti sanno bene che se la loro relazione fosse scoperta
avrebbero serie difficoltà a rimanere dentro la Chiesa.»
La donna amante del prete si porta dentro anche i sensi di colpa che non gli appartengono.
«Pur non avendo alcuna responsabilità, la donna incolpa se stessa per il fatto che il compagno è
costretto a condurre una doppia esistenza.»
ZöFra ha assistito quasi cinquecento donne provenienti da tutta la Svizzera.
«Il numero di casi è più che raddoppiato nel giro di dieci anni. Ogni mese riceviamo richieste di
aiuto da due, tre donne. Da noi arrivano solo persone che hanno problemi molto gravi che non sono più
in grado di risolvere da sole. Sulla scorta della mia esperienza direi che meno della metà dei preti
rispetta la regola del celibato.»
Nel 2003 ZöFra ha condotto un’indagine anonima per verificare la reale condizione in cui
vivono i sacerdoti e le loro compagne nascoste.
Sono stati presi in considerazione trecentodieci casi, per un totale di seicentoventi persone, figli
esclusi, nella maggior parte dei cantoni svizzeri, Ticino e Grigioni compresi.
Il quadro emerso è interessante. Negli ultimi anni è diventato più facile per un prete vivere la
propria vita in famiglia senza farne troppo mistero con i fedeli.
Sempre Gabriella Loser, presidente di ZöFra: «La presenza di figli o di una donna al suo fianco
di rado diventa motivo di scandalo per i parrocchiani. Al contrario, la posizione delle alte gerarchie
ecclesiastiche è rimasta rigida come un tempo: l’ufficializzazione di una relazione comporta la perdita
immediata del ministero sacerdotale, con gravi conseguenze economiche e psicologiche sia per il prete
che per la sua famiglia».
Le prospettive lavorative di un prete laicizzato sono nere. Soprattutto per chi non ha un’altra
formazione accanto a quella teologica.
«Solo il 10 per cento dei preti ha una concreta possibilità di trovare un lavoro simile dopo che
ha lasciato la parrocchia. Gli altri devono accontentarsi di lavorare come magazzinieri o tassisti.»
I risultati dell’indagine, che secondo l’associazione rappresenta solo la punta dell’iceberg di un
fenomeno molto diffuso, sono stati utilizzati da ZöFra nelle iniziative a favore dell’abolizione del
celibato in Svizzera. Ma sono stati presentati anche alle associazioni di altri paesi europei e sono stati
trasmessi infine alla Conferenza dei vescovi svizzeri, a cui sono state avanzate alcune proposte
concrete.
Respinte.
«Noi abbiamo sempre chiesto ai vescovi di permettere ai sacerdoti ridotti allo stato laicale di
poter continuare a lavorare nella Chiesa. Quello è l’ambiente nel quale possono dare un contributo e in
cui possono lavorare con più facilità.
Inoltre abbiamo chiesto alla Conferenza dei vescovi di creare un fondo che permetta di erogare
prestiti a tasso zero per finanziare la riqualificazione professionale dei preti che hanno lasciato il
sacerdozio.
Purtroppo non abbiamo ottenuto risposte positive, e dunque abbiamo interrotto il dialogo.»
Scrivo una e-mail a ZöFra e a un altro gruppo simile tedesco, Vereinigung katholischer Priester
und ihrer Frauen (VkPF), Associazione dei preti cattolici e delle loro donne.
Chiedo aiuto per trovare testimonianze di donne.
Sia dalla Germania sia dalla Svizzera rispondono che è molto difficile esaudire il mio desiderio
perché le dirette interessate si aprono alla stampa mal volentieri: hanno troppa paura di essere scoperte
e di veder compromesse le loro vite.
Nei giorni successivi, tuttavia, ricevo due e-mail firmate, con la preghiera di pubblicarne il
contenuto in forma anonima.
Prima e-mail, dalla Germania.
Oggetto: per il suo libro.
«Ho conosciuto il mio amore, un giovane sacerdote, ventitré anni fa, quando lavoravo come
insegnante di religione presso una parrocchia nella mia città.
Lui non si è mai sentito pronto ad abbandonare la sua vocazione in nome del nostro amore, ma
non per questo, in tutti questi anni, ho smesso di stargli vicino. Forse perché mi ripete spesso che, se
non fosse per la forza che gli infondo, non ce la farebbe a reggere il peso del suo lavoro.
Per me, certo, non è facile vivere questa relazione.
Vivere nell’ombra mi ha portato a soffrire di forti depressioni, con ovvie conseguenze anche
sulla vita del mio partner. La cosa più difficile, in questi anni, è stato forse dovere rinunciare ad avere
dei figli nostri (ne ho già uno da un precedente matrimonio).
Un paio di anni fa la nostra relazione ha vissuto un momento critico quando nelle nostre vite ha
fatto la sua comparsa una donna senza scrupoli, innamorata del mio compagno e disposta a tutto pur di
averlo, anche se già sposata.
È stato un periodo davvero difficile: per mesi questa donna mi ha sommerso di telefonate
minatorie, sms dal contenuto offensivo, e accuse di ogni tipo, anche in pubblico, per la strada. Un
giorno scopro che aveva persino telefonato al mio capo, al mio parroco e a certi miei colleghi, per
accusarmi di essere una puttana.
Il peggio è stato quando ha attaccato un poster per la strada con il quale chiedeva pubblicamente
al sindaco di cacciarmi dalla comunità e dalla scuola. Se sono sopravvissuta a questo linciaggio è stato
solo grazie all’aiuto della mia famiglia, dei miei amici e del mio parroco. Per fortuna non sono mai
stata cacciata dal lavoro.
Oggi le ferite si sono rimarginate, ho ripreso a vivere e ho ritrovato il mio equilibrio psicofisico.
E, quel che più conta, guardo di nuovo al futuro con ottimismo.
Ho sofferto moltissimo, eppure non avrei dubbi: se mi fosse dato di tornare indietro nel tempo,
sceglierei di nuovo di vivere questa storia d’amore.
A chi giova, mi chiedo spesso, questa sofferenza inutile? Ha reso forse qualcuno più felice?»
Seconda e-mail, dalla Germania.
Oggetto: storia della donna di un prete
«Ho esitato a lungo prima di scriverle, perché non posso correre il rischio che la mia relazione
venga scoperta. Mi sono infine decisa a confidare nella sua discrezione, e a raccontarle la mia storia
d’amore, bella e triste al contempo.
Ho incontrato il mio attuale partner otto anni fa. È bastato uno sguardo perché ci
innamorassimo: con lui ho capito, per la prima volta nella mia vita, che l’amore a prima vista esiste per
davvero, e non solo nei film.
Che quest’uomo così affascinante fosse un sacerdote cattolico l’ho scoperto solo alcuni giorni
dopo, quando ormai era troppo tardi per tornare indietro. All’inizio tutto è proceduto comunque nel
migliore dei modi. Ci incontravamo due volte a settimana da me.
Molto atteso era il suo giorno libero, una volta a settimana, e ovviamente il periodo delle
vacanze che, una volta all’anno, passavamo insieme in un luogo lontano.
Le cose hanno preso una piega diversa un paio di anni fa, quando il mio compagno è stato
spostato in un’altra parrocchia, in un paese situato a circa due ore di auto da casa mia.
Sono io, da allora, ad andarlo a trovare nei fine settimana.
La clandestinità nella quale siamo costretti a vivere è desolante: ogni qual volta si presenta un
evento pubblico, una cena, una festa in parrocchia, non posso mai presentarmi per quello che sono, la
sua partner, ma devo umiliarmi a interpretare un ruolo che salvi le apparenze.
Per i suoi parrocchiani sono diventata così la "tata buona" che gli mette a posto la casa e gli
lava i vestiti, ma devo dire che, con tutto quello che ho studiato, il ruolo di donna delle pulizie mi sta un
po’ stretto.
Sono stufa di dover fingere in continuazione, di non potergli correre incontro a messa finita.
Sono stanca di questa situazione e da un po’ di tempo lo vado a trovare più di rado. I nostri
incontri avvengono quindi principalmente da me.
Abito per fortuna in una città, e non in un paese, il che ci permette di muoverci con maggiore
libertà, anche se il mio compagno vive sempre nel terrore di essere scoperto.
Siamo molto affiatati, uniti da molti interessi in comune, e ho la sensazione forte che, con il
passare degli anni, siamo sempre più vicini l’uno all’altra.
La mia famiglia e i nostri amici più stretti sono al corrente della nostra relazione, e non c’è mai
stato nessuno di loro che abbia avuto qualcosa da ridire sul fatto che stessimo insieme.
Qualche anno fa ho perso il lavoro e mi sono messa alla ricerca di una nuova occupazione.
L’esigenza di avere sufficiente tempo libero per i nostri incontri ha costituito un bell’ostacolo in questa
ricerca. Oggi ho trovato un posto che mi piace e che mi lascia molto tempo libero. Pago tutto questo in
termini di salario, ma non m’importa, quel che conta è che possa continuare a conciliare il lavoro e la
mia relazione.
Raramente io e lui parliamo di soldi, ma su questo punto c’è poco da discutere: la donna di un
prete non gode della benché minima sicurezza economica.
Se gli dovesse succedere qualcosa, nessuno penserebbe a me.
Il mio compagno, non sono solo io a crederlo, è un sacerdote straordinario. Il suo impegno e la
sua energia gli hanno permesso di realizzare grandi cose. Io lo ammiro molto per questo, e mai mi è
passato per la mente di chiedergli di abbandonare il suo lavoro per me.
Credo che perdere il suo lavoro di sacerdote lo ucciderebbe: finirebbe prima o poi con il perdere
la sua identità, con gravi conseguenze sul suo equilibrio mentale.
Il mio compagno, da sempre, è un uomo lacerato. A distanza di anni, pensieri di segno opposto
continuano ad affollarsi nella sua mente.
È divorato dai sensi di colpa, si sente spesso un traditore, nei confronti di tutti: nei miei, perché
sa di non darmi tutto quello di cui avrei bisogno, e nei confronti dei suoi parrocchiani, davanti ai quali è
costretto a fingere, a tenere una maschera.
Soffre molto del fatto di non poter parlare di me alla sua famiglia, che ancora oggi ignora del
tutto la mia esistenza al suo fianco. A farlo soffrire, più di recente, sono anche certe malelingue che
mettono in giro per il paese la voce che presto dovrà lasciare la parrocchia per colpa di una donna.
Posso considerarmi senz’ombra di dubbio una donna vittima del celibato sacerdotale.
Ho cercato tuttavia di organizzare la mia vita per convivere al meglio con questo problema.
Amo il mio lavoro, coltivo numerosi hobby e amicizie. Mi sono ben organizzata, insomma, per evitare
di passare un’intera esistenza ad aspettare, in una sorta di perenne sala d’attesa.
Mi auguro con tutto il cuore che un giorno non lontano il celibato per i preti sarà solo un brutto
ricordo del passato. Sono in tanti a vivere relazioni come la nostra. A soffrirne, in maniera atroce, sono
sia le donne che gli uomini.
Come si può sperare che diventino persone pie ed oneste, che vivano in pace, se le si costringe
ad una menzogna quotidiana?
Il diritto al matrimonio è uno dei diritti umani. A crederlo fermamente è una donna che non ha
nemmeno più il diritto di firmarsi con il suo nome.»
Undici
Costrette a rimanere nell’oscurità, a condurre una vita funzionale ai bisogni primari dell’amante
sacerdote e soprattutto della madre Chiesa.
Appestate.
Le donne dei preti si sfogano su internet.
Forum, blog, siti di associazioni: di testimonianze come quelle che ho ricevuto dalla Germania
se ne trovano un’infinità.
La garanzia dell’anonimato è il fattore decisivo.
Sicure di non essere scoperte, le donne si lasciano andare e raccontano gioie, delusioni, rabbia,
ingiustizie, speranze.
Eccomi in un forum francese di donne compagne, amanti, amiche di preti.
Il blog è tenuto da una certa Angel. In prima pagina c’è un logo, il disegno di un prete che
prende in braccio una donna vestita da sposa.
La scritta rosa in alto a destra recita Le droit d’aimer, il diritto di amare.
Il forum è destinato alle «compagne dei preti che vogliono condividere la loro storia, che hanno
bisogno di dialogare, di esprimersi, di scambiarsi opinioni, di essere aiutate».
Uno dei problemi più comuni è il senso di colpa. Chi scrive chiede consigli alle "amiche
immaginarie". Si trovano nella stessa barca, sentono di potersi confidare l’una con l’altra libere da ogni
pregiudizio.
Riesco a copiare e incollare alcuni momenti di confronto tra loro.
Colombine.
«Il mio amico prete ha una vita sessuale attiva, ma mi ha sempre detto che al primo posto per
lui c’è Cristo e la sua Chiesa. Se il suo vescovo gli chiedesse di smetterla con la vita sessuale per il
bene del suo ministero, lo farebbe e vivrebbe la sua sofferenza come un’ascesi. Per lui un amore
romantico sarà sempre una "liaison" in confronto al suo impegno primario, che rimane la Chiesa.
Ci vediamo in media ogni quindici giorni, visto che viviamo in due località diverse. Non siamo
arrivati fino all’atto sessuale vero e proprio. L’attrazione fisica da parte sua c’è e gli fa piacere
mostrarmi il suo amore con dei baci appassionati quando siamo soli o tra amici intimi.
In chiesa e in pubblico agisce come fosse mio fratello.
Al ristorante parliamo molto, ci diciamo delle cose all’orecchio, non siamo mai lontani l’uno
dall’altro e spesso ci tocchiamo la punta delle dita di nascosto o ci strusciamo leggermente.
Facciamo molta attenzione alle pettegole. Io sono ben cosciente che, se venisse scoperto,
sarebbe l’esilio assicurato: il mio amico l’ha già vissuto a causa di semplici voci giunte alle orecchie
del vescovo. E quello non ha bisogno di prove tangibili per agire.
Lui deve fare molta attenzione perché a sua madre restano tra i due e i cinque anni di vita per
via del cancro, e non vuole allontanarsi da lei.
E io? La qualità della presenza che abbiamo l’uno per l’altro è il più ricco tesoro della nostra
relazione, un tesoro che abbiamo entrambi voglia di preservare.
Non lo spingo ad andare oltre, non voglio farlo soffrire.
Aspetto che prenda l’iniziativa, sono in un’attesa amorosa che trovo deliziosa.»
Ecco la testimonianza di una infermiera, nickname Passion: «Sono contenta di vedere che
siamo numerose a vivere una storia tanto complicata con i nostri uomini di Chiesa. Da parte mia,
attendo un’evoluzione positiva, lui è molto premuroso, prudente, sa scrivermi delle parole d’amore (ma
non riesce a dirmele) e mi mostra una grande tenerezza quando ci ritroviamo. Ho fiducia nel futuro.
La sua comunità gli sta tirando dei colpi bassi e lui si sente messo da parte.
Fino a che punto arriveranno per farlo impazzire? In più le pettegole del quartiere lo spiano».
Al racconto di Colombine, Passion risponde così: «Vedo che il tuo amico ha una vita sessuale
attiva, il mio invece la frena anche quando siamo insieme. Se cede è infelice. Io non lo obbligo ad avere
relazioni sessuali, e i nostri grandi e teneri abbracci mi bastano, ma sento il suo desiderio e provo pena
per lui. Forse con il tempo cambierà.
La sua vocazione è quella di stare vicino alla gente, cosa che lo ha portato ad andare in Africa,
dove è stato felice. Da quando è tornato in Francia sta male. Cristo è importante nella sua vita, certo,
ma credo che si stia allontanando a poco a poco dalla Chiesa.
Abbiamo appena parlato mezz’ora al telefono. L’ho sentito stanco, frustrato, triste come quasi
sempre da qualche settimana. Solo venerdì scorso, quando sono arrivata, era radioso, felice e pieno di
tenerezza.
Ma che fare? Gli ho detto che vorrei essere al suo fianco per aiutarlo, non ha risposto, non
risponde mai, in effetti... Cosa pensare?
Prima di chiudere mi ha detto "buonanotte, sorellina mia".
Molto strano, è la prima volta che mi chiama così.
Che cosa significherà nella sua bocca, nel suo vocabolario?
Sto male, stasera, ho le lacrime agli occhi.
Quanto è doloroso non poter amare senza sentirsi colpevoli o inopportune.
Ho paura per lui e per la sua salute che si indebolisce. Vorrei tanto prenderlo tra le braccia per
riconfortarlo e lasciarlo piangere.
Io lo amo, lo amo alla follia».
Negli Stati Uniti diversi blog apparsi negli ultimi anni hanno fatto molto discutere.
Tra questi vi erano The Apostles Wives’ Club e Secret Lover No More. L’autrice di entrambi era
una donna: Marcella Paliekara.
Marcella ha sposato un ex prete cattolico, Francis Paliekara.
Si sono conosciuti durante l’anno sabbatico dell’uomo, successivo a un periodo da missionario
in Africa. Quando la loro relazione è diventata più di una semplice amicizia, lui ha rinunciato ai voti e
ha formalizzato la loro unione.
Nel 2008 Marcella apre il blog The Apostles Wives’ Club in cui racconta la sua esperienza e
comincia ad analizzare il trattamento che la Chiesa riserva alle mogli dei preti. Scopre come le rigide
leggi sul celibato finiscano per favorire amori e relazioni segrete. E come i preti che lasciano il
sacerdozio per sposarsi vengano puniti dalle gerarchie.
Non passa giorno senza che Marcella venga contattata da amanti, donne infelici e insoddisfatte.
Chiedono di essere ascoltate, cercano conforto.
Ma, più che di semplici consigli, sono alla ricerca di soluzioni pratiche per i loro mille problemi
quotidiani.
Ecco allora che Marcella pensa a un secondo blog, un vero e proprio spazio di servizio.
Nasce Secret Lover No More, sito internet diviso in diverse sezioni.
Tra queste, Sex in the forbidden zone (Sesso nella zona proibita), dal titolo del libro dello
psicoterapeuta americano Peter Rutter, che analizza relazioni sessuali "proibite" perché nate da
situazioni in cui un uomo tiene in pugno le parti più vulnerabili, intime, ferite e represse di una donna:
corpo, mente o spirito.
Si legge nel sito: «La relazione di fiducia tra i due si instaura sulla base del ruolo professionale
dell’uomo: un dottore, un terapista, un avvocato, un insegnante o mentore, un prete. Questa situazione
porta la donna a credere che la parte del suo corpo o della sua anima che lei gli affiderà verrà da lui
utilizzata solo per aiutarla a risolvere il suo problema, non certo per approfittare di lei, sessualmente o
in altro modo».
Ma così non succede. Scrive Rutter: «I sacerdoti esercitano la loro autorità e approfittano delle
donne più vulnerabili facendo credere che la loro relazione sessuale sia stata ordinata da Dio».
Uno degli esempi più significativi contenuti nel libro di Rutter è la tresca durata cinque anni tra
il direttore di un seminario, sposato, con diversi figli, e una studentessa di ventun anni.
Nonostante lei sentisse già una vocazione religiosa, ha trovato la sua dimensione solo nella sua
"vocazione sessuale" in quanto serva dell’uomo che lei ammirava di più, il direttore. Ed è stata in grado
di interrompere questa relazione e mettere fine alla situazione di sottomissione solo quando ha scoperto
che lui faceva sesso anche con altre donne.
Torniamo a Marcella Paliekara.
Tra le sezioni interessanti del suo blog, ecco Storie di amori segreti, Stai sprecando il tuo tempo
con un prete?, Stanche di aspettare?, Vi sentite intrappolate in una relazione segreta?, Il tuo prete ti
ama davvero?.
Infine, Dieci buoni motivi per non frequentare un prete.
Eccoli:
Uscire con un prete (o un uomo sposato) non significa che condividerete un segreto, ma che
diventerete voi stesse un segreto.
Non sarete partner in modo equo. Non avrete controllo sulla direzione in cui sta andando il
vostro rapporto. Non potrete pianificare o decidere una soluzione. Ma c’è una scelta che potere fare:
prendere o lasciare.
Sarà improbabile che vi sposi.
Se uscirete con un prete (o un uomo sposato) avrete già la prova della sua infedeltà e del fatto
che non ci si può fidare di lui.
Come nel punto uno, sarete costrette ad addormentare la vostra coscienza e la vostra fede. Se
perdete una delle due allora siete perdute. E non è così facile riacquistarle.
Diventerete l’oggetto delle sue colpe anziché dei suoi desideri.
Anche se riuscite a sposarvi, probabilmente cercherete sempre di rimettervi in pari
economicamente.
Frequentare un prete e mantenere un segreto simile è devastante, dal punto di vista sia fisico che
psicologico.
La relazione segreta non riguarda solo lui o lei. Ma altri innocenti.
Uscire con un prete è semplicemente sbagliato.
Grazie ai suoi blog, Marcella è riuscita ad aiutare tantissime donne in crisi.
Marcella si è guadagnata anche la massima considerazione dei preti che vogliono porre fine alla
loro doppia vita e decidono di sposarsi e vivere in libertà la loro storia d’amore.
Anche a loro offre il suo sostegno.
Quello che invece non concepisce è la relazione clandestina.
Ecco che allora fa di tutto per spingere le persone a troncare, anche quando la rottura è molto
dolorosa. Marcella spiega che a rimetterci è sempre la donna, che finisce con l’essere ferita e
abbandonata e magari con il portare in grembo il frutto del peccato.
Dodici
È un’associazione no profit statunitense a favore delle donne innamorate dei sacerdoti. Si
chiama Good Tidings.
La fondatrice è Cait Finnegan, una signora che ha sposato un ex prete cattolico.
I due vivono in Pennsylvania.
Contatto Cait al telefono. Mi fornisce alcuni numeri: «Circa centomila sacerdoti nel mondo
hanno lasciato la Chiesa per sposarsi. Molti sono rimasti cattolici e hanno continuato a praticare,
persino a celebrare la messa come facevamo noi a casa nostra con i nostri amici».
Poi mi racconta la sua storia.
«Quando mi sono innamorata di mio marito, lui era sacerdote da oltre trent’anni.
Anch’io avevo pensato di prendere i voti. Non sapevamo cosa fare e siamo andati a parlare con
il superiore di mio marito.
Ebbene, quello gli ha detto che lo avrei di certo lasciato per un uomo più giovane (lui ha
parecchi anni più di me) e che l’unica cosa saggia da fare per entrambi era quella di lasciarci.
Noi invece abbiamo deciso di sposarci e abbiamo appena festeggiato il nostro trentesimo
anniversario di matrimonio.
Ho fondato la mia associazione per cercare di aiutare le altre donne che si trovavano nella mia
stessa situazione: confuse, smarrite.
Mi si è aperto un mondo nuovo: ho scoperto che erano tantissimi i preti che usavano e
abusavano di queste donne bisognose di conforto e che poi continuavano a praticare e predicare come
se nulla fosse.
Sono rimasta scioccata, perché sono cresciuta in una famiglia cattolica di origine irlandese e
non avevo mai conosciuto un prete cattivo.
Mi sono sentita come se mio marito fosse in realtà l’unico prete innocente.
Mi sono fatta l’idea che quelli che restano all’interno della Chiesa siano coloro che fanno i loro
comodi e non rispondono a nessuno, nemmeno a Dio. Mentre quelli che purtroppo sono costretti a
lasciare per non vivere nella menzogna sono i più sinceri.
Se un prelato sceglie di fare carriera dopo avere avuto delle relazioni è solo un egoista e un
immaturo. Non è in grado di prendersi le sue responsabilità. E questo non può che definirsi un abuso.»
Da quando ha fondato l’associazione, all’inizio degli anni Ottanta, l’hanno contattata circa
duemila donne.
Dalle pagine del suo sito, Cait denuncia tutte le malefatte della Chiesa.
Racconta di preti che usano e gettano le suore.
Racconta di donne che si sentono sussurrare la parola "amore" all’orecchio e mai avrebbero
osato immaginare che un prete potesse mentire.
Racconta di come molte donne che hanno avuto figli da sacerdoti siano state costrette a firmare
contratti in cui promettono di non rivelare il nome del padre del bambino in cambio di un assegno
mensile. Tutto ciò dopo che in molti casi sono andati a vuoto i tentativi di persuasione per convincerle
ad abortire o a dare il bambino in adozione.
Cait dice di avere con sé le copie di questi documenti. Che diventeranno parte della storia della
Chiesa.
Una Chiesa che nasconde una verità che non vuole far sapere.
Cait dice di aver parlato lei stessa con circa una cinquantina di donne alle quali è stato
suggerito, dal prete o persino dal suo superiore, di dare il nascituro in adozione.
Una di queste donne, Terri, le ha raccontato che, dopo la nascita di suo figlio, il sacerdote di cui
era innamorata le ha detto di essersi invaghito di un’altra che lo amava tanto da aver dato il loro
bambino in adozione.
Cait ne ha viste passare molte, in questi anni.
«Le donne di oggi sono più indipendenti e forti rispetto a quelle che si rivolgevano a me negli
anni Ottanta. Eppure finiscono sempre per essere usate da sacerdoti che sanno approfittare di un loro
momento di debolezza.
Spesso sono sposate e con problemi familiari.
L’atteggiamento che riscontro con più frequenza, e che mi fa molta rabbia, è che alla fine tutte
tendono a scusare il comportamento egoista del sacerdote, a proteggerlo.»
Cait li considera aguzzini.
«Io credo che il problema principale sia l’immaturità emotiva della maggior parte di questi
preti. Entrano in seminario quando sono molto giovani e sono tenuti alla larga dalle donne. Finché un
bel giorno si ritrovano a dover affrontare la loro sessualità senza avere però la capacità di capirla e
soprattutto di gestirla.»
C’è un fenomeno nuovo: le donne dei paesi latinoamericani.
«Fino ad alcuni anni fa si sentiva spesso parlare di vescovi che coprivano questo tipo di cose, e
di donne pagate per abortire o per dare i loro bambini in adozione. Ora se ne sente parlare di meno, ma
non significa che non succeda.
Nel caso delle sempre più numerose donne latinoamericane che ci sono negli Usa, il segreto è
tenuto ancora ben stretto. Le donne sudamericane, rispetto a quelle nordamericane, sono culturalmente
abituate a vedere cose di questo genere e sono spesso molto imbarazzate e piene di vergogna, per cui
non parlano e non chiedono l’aiuto di nessuno.»
Una parola sui figli dei sacerdoti.
«Questi bambini sono privati della loro identità, di sostegno economico e di una storia
personale. Eppure la Chiesa preferisce ignorarli piuttosto che aiutarli.»
Infine la peculiarità dell’America rispetto all’Europa.
«Credo che le cose siano diverse in America rispetto all’Europa, perché qui abbiamo una più
netta separazione tra Chiesa e Stato. E anche se la Chiesa cattolica cerca di mettere i bastoni tra le ruote
a quei gruppi che non la vedono allo stesso modo, può solo danneggiarli da un punto di vista
economico. Ma grazie a Dio possiamo ancora riunirci a pregare e formare gruppi cattolici, possiamo
praticare anche senza il sostegno finanziario della Chiesa, e soprattutto possiamo dire quello che
vogliamo perché è un nostro diritto. E lo facciamo.»
Dopo la chiacchierata con la fondatrice di Good Tidings, rimugino a lungo su tutto ciò che mi
ha raccontato.
Ha aperto finestre nuove per me che vivo in Europa e soprattutto in Italia.
Mi ha colpito l’atteggiamento della gerarchia ecclesiastica quando viene a conoscenza di
relazioni segrete degli uomini di Chiesa.
Il comportamento dei vescovi.
I tentativi di convincere le donne ad abortire, a dare il bambino in adozione. I contratti e gli
assegni di sostentamento con cui viene comprato il silenzio delle madri circa l’identità del padre dei
loro figli.
Sono accuse gravi. Sono accuse pubbliche. Sono accuse provate da documenti.
In ogni caso, Cait Finnegan non è la prima donna che parla in questi termini dei vescovi disposti
a coprire bugie e comportamenti indegni pur di mettere al riparo la Chiesa da ogni scandalo.
Mi viene in mente la storia di Odette Desfonds, una donna francese che ha sposato un prete e
che ha raccontato le sue vicissitudini e quelle di tante altre donne come lei nel libro dal titolo Rivales de
Dieu (Rivali di Dio).
Odette conosce Jean a una cena.
Parlano di tutto, di niente, delle cose della vita. Lui ricorda la sua infanzia in campagna, i suoi
genitori, i fratelli e le sorelle. Parlano di musica e di canzoni. Sia a Jean che a Odette piace cantare,
suonare la chitarra. Parlano di America Latina, di dittature, di diritti dell’uomo.
Jean è semplice e cordiale, rispettoso.
Solo alla fine della cena la donna viene a sapere, un po’ sorpresa e un po’ divertita, che Jean è
un prete. È il curato di un quartiere cosmopolita di Lione.
La prima cosa che pensa Odette è questa: ecco uno che almeno non cercherà di rimorchiarmi.
La sua opinione riguardo ai preti è infatti quella di una persona che non ha mai approfondito la
questione: i preti sono uomini senza donna, come il sole che sorge a est, non si discute.
Della Chiesa, Odette conosce solo la facciata visibile al grande pubblico. Edifici dove si va a
solennizzare gli eventi importanti della vita davanti a un clero avvolto da un’aurea divina.
Il giorno dopo, Odette e Jean si scoprono anime gemelle.
Si commuovono ascoltando le stesse canzoni, scoppiano a ridere allo stesso modo di fronte alle
stesse facezie della vita, si sentono partecipi degli stessi dolori, si indignano per le stesse ingiustizie.
Il signor curato e Odette si amano.
Vivono l’esperienza comune e meravigliosa di miliardi di esseri umani sulla terra.
Jean arriva a casa di Odette alle dieci di sera. Sulla soglia si libera del casco da motociclista. Si
abbracciano. Quando la temperatura è mite si siedono sul balcone, davanti alle luci della città.
Parlano, parlano, parlano.
Hanno tante cose da dirsi, come se dovessero recuperare anni di separazione.
Verso mezzanotte lui se ne va, torna in canonica.
Qualche volta, il fine settimana, prendono la macchina e fanno una gita in campagna. Sul sedile
dietro, i bambini di Odette.
Per passeggiare mano nella mano cercano strade deserte.
Lei organizza il suo tempo in famiglia in funzione delle visite di lui. Trova pretesti per allentare
i legami con amici e parenti che potrebbero fare domande troppo precise.
Jean evita di farsi vedere con lei, quando c’è da fare la spesa al supermercato ci vanno a turno,
mai insieme.
Considerano assurdi questi sotterfugi, convinti come sono che ciò che li unisce non costituisca
in alcun modo un impedimento al lavoro e alla salute spirituale di un prete.
Ma Jean non ha il coraggio di lasciare una funzione che svolge da vent’anni con sincerità e
piacere. Odette accetta di mettere la loro relazione in un cantuccio buio e segreto.
Nessuno tra i parrocchiani sospetta che lui prepari con Odette i sermoni della domenica e che
attinga dalla loro piccola cellula familiare una rinnovata capacità di comprendere gli esseri umani e le
situazioni.
Si consolano del loro amore a distanza pensando alla vita di coppia dei marinai, dei camionisti,
dei piloti di linea.
Non hanno fatto i conti con colui che da lassù guida ogni cosa e sa far camminare dritti su
strade tortuose coloro che hanno fiducia in lui.
Giugno 1984. Odette è incinta.
La prima reazione di Jean è quella di un uomo di fronte a una catastrofe.
I due pensano all’interruzione volontaria della gravidanza. Ma dopo un po’ Jean accetta come
un dono del cielo il bambino che lei porta in grembo.
Per prima cosa va dal suo superiore. Gli dice tutto. Dell’amore che vive con una donna, del
bambino che nascerà, del suo desiderio di continuare il suo ministero sacerdotale.
La sorpresa è enorme. Il vescovo lo rassicura. Jean potrà conservare la sua funzione a
condizione che la sua relazione resti segreta. È possibile. Altri già lo fanno.
E sarebbe andata avanti così all’infinito se Jean, stanco di vivere nell’ipocrisia e in seno a
un’istituzione che sentiva sempre più lontana dall’immagine ideale, non avesse preso la decisione di
dimettersi.
A natale del 1985 l’uomo chiede a Odette di sposarlo. La loro piccola ha nove mesi di vita.
Odette pone soltanto una condizione: basta camminare rasente ai muri. Vuole vivere una vita
limpida, libera, solare. Non vuole più abbassare la testa come se avessero commesso un crimine.
Jean lascia con una lettera aperta ai parrocchiani. La storia diventa pubblica, finisce sui giornali
e in televisione.
Odette diventa la valvola di sfogo di tante altre donne che vivono nell’oscurità una storia
d’amore con un prete. Le scrivono, le telefonano, le citofonano a casa.
Donne che credevano di essere un caso unico, come lo aveva creduto Odette.
Ma tra chi si rivolge a Odette e a Jean ci sono anche molti preti. Cercano conforto, sostegno,
consigli. Raccontano i tormenti che vivono e le reazioni dei loro superiori quando scoprono la loro
storia segreta.
Nicolas, per esempio, confida al vescovo che Christine aspetta un figlio da lui e che cominciano
a circolare voci sul loro conto. Risultato, viene invitato a fare in fretta le valigie. Il vescovo è esplicito:
le propongo un posto in campagna. Dimentichi a poco a poco questa ragazza. Non si preoccupi, la
madre potrà allevare suo figlio senza problemi, l’episcopato le verserà un assegno fino a quando il
figlio avrà vent’anni.
Il vescovo di Roberto, invece, è pragmatico. Gli propone chiaro e tondo una piccola parrocchia
di campagna dove lui si potrà installare con la governante di sua scelta.
Occhio non vede, cuore non duole.
Tredici
È un magma che scorre nelle viscere più nascoste della terra.
Ogni volta che si apre la bocca di un vulcano, viene fuori con una forza e una violenza
devastante. Non guarda in faccia nessuno e trascina ogni cosa con sé.
Succede sempre così. Chi salta il fosso diventa la valvola di sfogo di tutti quelli che marciscono
nel silenzio e che fino al giorno prima pensavano di essere un caso unico al mondo.
È successo con Marcella, con Cait e con Odette.
È successo con un prete italiano di cui non posso fare il nome.
Non posso perché le persone che gli hanno confidato le loro vicissitudini private non devono
sapere che mi ha fatto sbirciare la sua corrispondenza.
Perché lo ha fatto?
Perché non era soggetta al vincolo della confessione. E per la storia del magma e della bocca
del vulcano...
Anche lui è stanco delle menzogne, anche lui ha scoperto che il suo tormento non era unico.
Riprendiamo il filo del discorso.
Il giorno dopo che il prete senza nome dichiara urbi et orbi di amare una donna, motivo per il
quale ha deciso di lasciare la Chiesa, viene sommerso di e-mail, telefonate, visite a casa.
Tutte portatrici di richieste di aiuto o di ascolto.
La maggior parte a opera di donne che gli confessano i loro amori segreti.
Come questa, firmata, ma che riporto in forma anonima.
«Quello che avete vissuto tu e la tua donna è molto simile a quello che è accaduto a me.
Non so se raccontarvi la mia esperienza sia cosa giusta, ma sento comunque che riuscirete a
capirmi più di quanto possano riuscirci i miei migliori amici.
Più di nove anni fa nella mia parrocchia è arrivato un nuovo cappellano, un nuovo don.
Ero ancora piccola, facevo la terza media, ero ancora un’animata... e gli animati vedono il don
come un idolo, come una guida. Soprattutto quando questo don si dimostra estroverso, carismatico,
simpatico e attento all’umanità di ogni persona.
Un prete diverso dagli altri.
Anche a me è subito piaciuta la sua energia, ma soprattutto mi ha colpito la sua spensieratezza e
leggerezza.
Aveva poco del prete, era un giovane tra i giovani.
Con il passare degli anni sono stata contagiata dalla sua vivacità e dalla sua passione per i
ragazzi. Ho iniziato a trascorrere molto tempo negli ambienti parrocchiali.
Sono diventata animatrice.
Le esperienze fatte insieme al don si sono moltiplicate, la conoscenza reciproca si è
approfondita.
C’era sempre un suo abbraccio per aiutarmi a trovare la carica, per consolarmi o anche solo per
darmi il buongiorno e per dirmi ti voglio bene.
Avevo trovato veramente un amico speciale, una persona che sapeva ascoltare, che mi leggeva
dentro, che capiva come stavo anche solo con uno sguardo, che sapeva come e quando rimproverarmi,
che aveva fiducia in me e mi aiutava a tirare fuori il meglio in ogni situazione.
Sono cresciuta tanto grazie a lui. Sono diventata una donna.
Questo rapporto di affetto e di complicità è durato fino a quando il mio don mi ha detto di
essersi innamorato di me, di provare dei sentimenti molto forti nei miei confronti.
Io lo ascoltavo e provavo grande paura per ciò che sarebbe successo.
Subito sono rimasta senza parole e non sono riuscita a dire nulla. Avevo bisogno di pensare:
com’era possibile? Il don si era innamorato di me?!?!?!?!?!
Ma subito queste domande sono state cancellate e il sentimento ha preso il sopravvento. In
effetti, anch’io ero innamorata di lui, anche se non ho mai voluto e non sono mai riuscita a dare un
nome concreto ai sentimenti che provavo.
Forse anch’io avevo troppa paura.
Da quel momento è iniziata la nostra clandestina e travagliata relazione. Abbiamo tentato più
volte di allontanarci, di fare a meno l’uno dell’altro.
Per il tuo e per il mio bene, ci dicevamo.
Ma puntualmente ci ritrovavamo l’uno nelle braccia dell’altro, a darci appuntamento in qualche
posto sperduto per riuscire a stare insieme, in una gabbia di bugie e scuse incastrate perfettamente
perché nessuno sapesse.
Era lacerante, pesante, ma anche bellissimo, meraviglioso. Ci siamo amati veramente tanto. E
abbiamo sentito la vita presente come non mai.
Lui mi ha più volte chiesto: ma cosa pensi di me, di un prete che si innamora perdutamente di
una ragazza?
Io gli ho sempre detto che per me non era un problema, anzi amavo il suo essere prete alla
ricerca del regno di Dio. E sempre ho pensato che un uomo e una donna sono completi solo quando
amano e sono amati.
Solo quando hai qualcuno al tuo fianco che non è lì solo perché gli fa comodo ricevere e dare
qualche volta un bacino, una carezza, un po’ di affetto. Ma sta accanto a te perché crede in te, perché
desidera crescere insieme a te, perché con te ha un grande progetto di vita.
Sono stati due anni della mia vita che non scorderò mai.
Eh sì, alla fine è arrivato il momento della separazione.
Lui è partito per la missione e io sono rimasta nella quotidianità di sempre, tra studi universitari
e animazione.
Il mio cuore avrebbe voluto buttare all’aria tutto, urlare al mondo il mio amore per lui, iniziare
una vita insieme.
Ma alla fine l’ingiustizia ha vinto.
Non so che cosa ci riserverà il futuro. Io so solo che non posso smettere di amare.
Non riesco a pensare alla mia vita se non con lui.
Sono passati ormai due anni dalla sua partenza. Ci sono stati dei momenti in cui ho provato
rabbia nei suoi confronti.
Per stare dietro a questo ho perso anni preziosi della mia giovinezza, vaff...
Momenti in cui ho sentito forte il peso dell’ingiustizia che ho vissuto.
Ma perché ? Proprio io dovevo innamorarmi del prete? Perché queste regole così assurde da
rispettare?
Momenti in cui ho ringraziato Dio per avermi fatto incontrare l’amore.
Momenti in cui ho sperato di ritornare a vivere quegli istanti magici.
Ma soprattutto momenti di dubbio, di incertezza, di precarietà.
Cosa vuole la vita da me? Cosa vuole Dio da me? Cosa vogliono dirmi?
Non ho ancora superato il dolore, ci sono dentro fino al collo.
Il mio cuore è immerso.
Ti scrivo non per avere risposte ma perché avevo bisogno di condividere quello che mi è
successo con qualcuno. I miei amici, i pochi che lo sanno, ormai sono stanchi di sentirsi raccontare
questa storia. Per loro io sono guarita. Ora è il momento di trovare un fidanzato.
Purtroppo non è così.
Ammiro il coraggio che hai avuto nell’andare controcorrente. È il coraggio che avrei voluto
avere anch’io.
Ti ringrazio per l’ascolto e per il libro che hai scritto.
Buona vita!»
Ho letto e riletto questa lettera.
Ce n’erano altre nella corrispondenza del prete senza nome. Lui non sa che l’ho presa e
fotografata di nascosto.
Di certo si arrabbierà quando leggerà queste righe.
Pazienza.
Questa lettera mi ha colpito. Mi hanno colpito la purezza, l’ingenuità, il disincanto, la
pacatezza, la scoperta dell’amore, i sentimenti, il tradimento.
Ho provato tenerezza, ho provato rabbia.
Mi sono commosso. Mi sono incazzato.
Ho pensato che questa ragazza fosse una deficiente. Ho pensato che sono io il vero deficiente.
Ho preso il nome e cognome del suo prete innamorato e sono andato a fare delle ricerche su
internet.
L’ho trovato.
Ho trovato un articolo di un giornale locale che riporta una sua intervista.
Ho letto le sue parole.
Quando parla delle esperienze vissute e di alcune persone che ha conosciuto nel profondo.
E dopo aver letto queste parole sono tornato a leggere altre cinque o sei volte la lettera della
ragazza.
E dopo aver letto la lettera della ragazza sono andato a cercare il don innamorato su Facebook.
E l’ho trovato. Sorridente e beato.
Buona vita, tanta vita.
...
.
...
Quattordici.
...
.
...
Ma che cosa spinge una donna a innamorarsi di un prete?
Con questa domanda in testa mi metto in macchina e faccio oltre trecento chilometri per andare
a trovare Marzia. In Veneto.
Sono i primi di settembre.
Marzia è una donna di circa trentacinque anni. Ha una figlia, da tempo è separata dal marito.
La storia di Marzia è simile a quella di molte altre donne.
Frequenta la parrocchia del paese, fa l’animatrice, segue un gruppo di giovani.
Flavio è il cappellano e viceparroco. Fra i due nasce una bella amicizia. Lei si confida, gli
racconta tutto, lo sente come il suo migliore amico.
Una sera padre Flavio la chiama al telefono.
È triste, si sente solo, ha appena rotto con la ragazza con la quale aveva una storia da un po’ di
tempo. Le racconta ogni cosa. Le parla dell’altra, che è molto più giovane di lui e fa l’animatrice.
Marzia non è sorpresa, sospettava ci fosse del tenero tra loro due.
Dal giorno dopo, padre Flavio e Marzia si vedono sempre più spesso. Alla sera lui passa a
prenderla e fanno un giro, una passeggiata, un gelato, una pizza.
Marzia trova che lui abbia una sensibilità diversa dagli altri uomini che ha conosciuto. Sa
ascoltare, sa dare il consiglio giusto, non si impone, la accompagna per il suo cammino lasciandola
libera di staccarsi quando vuole.
Ma dopo un po’ la donna entra in crisi. Si confessa con un altro prete. Gli racconta tutto.
Se c’è stata con l’altro ci starà anche con me.
Quanto possiamo essere stupidi e ingenui noi uomini.
Il terzo prete ci prova con Marzia.
Lei lo respinge. Lui corre a spifferare tutto al vescovo fregandosene del vincolo della
confessione.
Padre Flavio viene trasferito in un’altra parrocchia. Il vescovo gli dice che può continuare a
vedere la sua donna purché lo faccia nella discrezione più assoluta. Non vuole scandali.
Padre Flavio è deluso. Chiede un anno sabbatico. Non gli viene concesso. Lascia la Chiesa.
Marzia gli sta sempre vicino. Gli offre amicizia, una spalla, un riparo.
Sboccia l’amore.
Ora Marzia e Flavio vivono insieme.
Sono felici.
E sarebbero ancora più felici se Flavio riuscisse a trovare un lavoro con il quale garantire un
futuro decoroso alla sua famiglia. Ma non è facile.
La Chiesa gli ha sbattuto la porta in faccia.
Dal giorno in cui ha lasciato il sacerdozio gli è stato tolto subito l’insegnamento di religione a
scuola.
Frequento Marzia e Flavio per qualche settimana, ci esco a cena, conosco i loro amici.
Lego molto con una coppia: lei si chiama Federica, ha più o meno quarant’anni, lui è un ex
prete, stessa età.
Federica è la persona giusta per me. Primo perché ha esperienza diretta, secondo perché
conosce tantissime donne che vivono in quella che era la sua condizione fino a poco tempo fa.
La discussione con lei è molto interessante.
Che cosa spinge una donna a innamorarsi di un prete?
«Forse la loro sensibilità, la loro attitudine all’ascolto, la loro dolcezza.»
Sensibilità, ascolto, dolcezza.
C’è di che riflettere.
Una donna accetta di rimanere al buio, di restare incompleta, di vivere nella stessa condizione
dell’amante di un uomo sposato, ovvero nella speranza che prima o poi lui molli tutto, corra da lei, la
prenda in braccio e la porti in giro per la città. Sotto gli occhi di tutti.
Federica parla del fascino della divisa.
«Il fascino della divisa esiste, perché in ogni caso è un ruolo importante nella comunità,
soprattutto nelle realtà dei piccoli paesi dove il potere del prete è forte.
Il prete è un uomo dolce, sempre disponibile, ha una particolare sensibilità con i bambini e allo
stesso tempo è sicuro nel dar consigli.
Spesso affascina anche la sua cultura che traspare dalle prediche alla domenica.»
Federica mi parla della solitudine del prete. E di come anche questa condizione di uomo solo
finisca per attrarre la donna.
«Se iniziamo a scavare scopriamo che del prete attira anche la sua solitudine. Appena una
donna si avvicina e riesce a ottenere la sua amicizia, o comunque una sorta di complicità, scopre un
uomo fragile, che spesso è solo nei momenti importanti. Un uomo che a livello di sentimenti personali
e di amicizie è povero, pur essendo dalla mattina alla sera in mezzo alla gente. Se non ha la famiglia
vicino passa le festività e le domeniche da solo.
Ho visto preti che riversano tutto nell’ipercura di loro stessi e di conseguenza diventano dei
pavoni carichi di sé, altra cosa che attira alcuni tipi di donne.
Ma la mia convinzione è che i preti siano uomini a metà. È facile predicare l’amore cosmico
quando hai sempre tutto a portata di mano. Non senti il sacrificio economico, se sei stanco vai a
riposare, se hai un’esigenza c’è chi la risolve per te. Di certo non senti il peso della bolletta che arriva.
Perché poi castrare del tutto un’esigenza naturale come il sesso? Ecco che nascono situazioni
assurde come quelle delle donne che ho conosciuto. Donne che hanno una vita difficile e che vanno in
cerca di un qualcosa che è proibito.
Un giorno un’amica mi ha detto che il prete è l’amante ideale. Nessun problema di mogli e figli.
Soprattutto sai che non ti rovinerà mai la vita con ricatti, perché un prete è comodo nel suo ruolo di
prete. Oltre al fatto che, se hai problemi economici, lui te li risolve.»
Lascio Federica e mi porto a casa la promessa che mi aiuterà a entrare in contatto con alcune
donne che vivono la condizione di amanti nascoste dei preti.
Preti attuali, non ex come il suo compagno.
Federica dice che è molto difficile che accettino di trovarsi fisicamente davanti a me, ma lei farà
il possibile per convincerle. Con molte di loro ha costruito nel tempo rapporti personali di
frequentazione se non di amicizia.
La prima è Lucia.
Lucia non vuole vedermi. Federica mi racconta il loro incontro.
«La conosco perché in passato abbiamo fatto un lavoro insieme per l’azione cattolica. È una
donna di cinquant’anni, non molto alta, robusta e con uno strano sguardo che sembra parta dai riccioli
da bigodini che ha in testa.
Lucia vive sola in un piccolo quartiere di periferia, la incontro di mattina in un bar vicino a casa
mia. Arriva trafelata, poco curata, con lo sguardo triste.
Inizia con il raccontarmi che le mancano i suoi due figli, che ormai sono grandi e indipendenti e
vivono in un’altra città troppo lontana per vederli tutte le domeniche. Lei lavora come segretaria da
tanti anni.
Prendiamo un caffè quasi in silenzio, arrivano delle persone che conosce e le saluta in modo
stanco. Poi, senza che io le faccia alcuna domanda, inizia quello che a me sembra uno sfogo liberatorio.
Lucia viveva in un altro paese. La sua situazione familiare non era delle migliori, il marito
trascurava lei e i figli. Spendeva tutto lo stipendio tra debiti e bar, tra alcol e giochi. I bimbi erano
piccoli, l’unico svago per Lucia era la parrocchia.
È qui che conosce Giacomo, il parroco. Ha dieci anni più di lei. È un uomo dolce e dallo
sguardo sincero.
Quando tra le righe dico di conoscere Giacomo, sembra quasi felice di poter parlare del suo
uomo senza veli e senza bugie.
Via via il rapporto tra lei e Giacomo si trasforma in reciproca complicità. Una mattina vanno
insieme al centro commerciale per la spesa della sagra della parrocchia. In auto, lui fa il primo passo, il
primo bacio, la prima carezza, il primo brivido.
Lucia non prova paura ma solo gioia, una gioia adolescenziale.
Da quel momento nella sua vita torna a splendere il sole.
Mi racconta di uscite, di cene, di riunioni a due fatte in camera di Giacomo. Sempre con la
scusa di organizzare qualcosa per la parrocchia. Anche se poi ci sono le malelingue, le donne della
parrocchia che iniziano a guardarla in modo diverso.
Un anno bellissimo fatto di incontri, di mani che si sfiorano, di sguardi complici. Fino a quando
la notizia diventa di dominio pubblico e il parroco viene trasferito.
Lucia è costretta a cambiare casa.
A questo punto le chiedo se non avessero pensato, lei e Giacomo, di fuggire e di andare a vivere
insieme. La sua risposta mi stupisce un po’. Dice che non ha mai avuto il coraggio di toccare questo
argomento, e non sa nemmeno se in fondo lo vorrebbe realmente.
Dice che forse ha timore di lui. Lui è l’uomo di successo, lei non è nulla.
Lucia continua a vedersi con Giacomo di nascosto. Poche volte, sempre meno, ma quando
accade lei si prepara come per andare a nozze. Si sente capita, felice e, quando fanno l’amore, la vive
come fosse l’ultima volta.»
Ecco Paola.
Anche lei non vuole vedermi. La stessa Federica, che le comunica in anticipo il motivo della
chiacchierata, ha qualche difficoltà di approccio.
Dopo vari messaggi e diverse telefonate le concede un appuntamento. Ma prima la fa giurare
che non porterà registratori e soprattutto che io non scriverò il suo vero nome e non metterò alcun
particolare che possa farla identificare.
Paola è una donna di quarant’anni, insegna in una scuola del centro città. È dolce nel suo modo
di essere e quasi fragile nel modo di parlare.
Sembra sottomessa a una vita non sua. Anche il suo corpo rispecchia un’anima fragile. I vestiti,
presi nei negozi equosolidali, hanno un taglio etnico che la rende più giovane, quasi una figlia dei fiori
in un tempo non suo.
Federica e Paola si incontrano in un parco del centro cittadino. Paola si siede, prende dalla borsa
una mela, sposta con una mano i capelli dalla fronte.
Federica dice: allora, anche tu della banda? E Paola inizia subito il suo racconto.
«Ho conosciuto Marco a un corso diocesano, ero sposata da quattro anni.
Mi sono sposata prestissimo per avere la libertà che la mia famiglia non mi concedeva. Ho
trascorso degli anni belli con mio marito, ma il nostro era più un rapporto fraterno che tra amanti.
Marco era diverso da mio marito, era dolce, sensibile, mi ascoltava in silenzio e mi
comprendeva. Nello stesso tempo mi riprendeva, quasi volesse prendersi cura di me e migliorarmi.
Non avrei mai pensato di innamorarmi di lui. Io sono profondamente cattolica, e il solo pensiero
mi agghiacciava.
Una sera, dopo un incontro, Marco mi chiede di fargli compagnia per una pizza. Io accetto
l’invito, tanto mio marito è a calcio e torna tardi. E poi l’idea di stare da sola con Marco mi piace, la
pizza può essere un buon pretesto per porgli tutte quelle domande che volevo fargli da tanto: avevo
mille dubbi sulla mia fede e lui di certo poteva aiutarmi.
Nel tragitto verso la pizzeria, in auto, fermi al semaforo, lui si avvicina e mi bacia.
Un bacio dolce e violento. Rimango impietrita, contenta, felice, impaurita. In pochi secondi la
mia mente è percorsa da mille pensieri.
La pizza non l’abbiamo mai mangiata. Siamo rimasti in auto fermi dentro un parcheggio a
parlare e a baciarci.
Era qualcosa di misterioso, virile, nello stesso tempo dolce e aggressivo.
Ora, a distanza di tre anni, scopro che lui non lascerà mai la parrocchia. È parroco e a lui piace
così. Dice che si sentirebbe in colpa, e dice anche che non vuole nemmeno perdere me.
Non sono un’amante. Sono la sua donna.
Ci vediamo spesso perché ho molti incarichi in parrocchia, quest’anno siamo anche andati due
giorni via assieme per un corso. Insomma la mia vita è questa e non voglio pensare ad altro.
Mio marito non sa nulla e mai saprà.
Non passa notte che la mia preghiera non si rivolga al buon Dio per far sì che tutto finisca. Poi
al mattino prego perché Marco mi mandi quel messaggino del buongiorno che desidero.»
Altra donna, Erika.
Federica non conosce Erika. Riceve il contatto e il numero da un’amica comune, anche lei
incastrata in una relazione segreta con un prete.
Federica la chiama. Erika accetta di incontrarla.
È una ragazza di ventitré anni. Bellissima. Sembra quasi una modella.
Tacchi a spillo, minigonna, capelli color rame che scivolano sulle spalle e che lei tenta di
domare con le mani. Erika ha paura di essere scoperta dai genitori, che vivono in un’altra regione,
chiede garanzie, poi racconta la sua storia.
«Mi piacciono molto la moda e le firme. Sono una patita di discoteche e ristoranti. Proprio in
una discoteca che frequento ho conosciuto Andrea, un ragazzo molto carino con i tratti somatici tipici
della gente del Sud.
Io ero con le mie amiche. Lui si avvicina e inizia a corteggiarmi. Va avanti per tutta la sera.
Un mojito, uno spritz e il gioco è fatto: inizio a giocare e flirtare con lui. È un ragazzo molto
bello, jeans di marca, scarpe giuste, camicia aperta. Parla poco ma ha gli occhi che mi dicono tutto ciò
che vuole.
È maschio. Io sono la sua preda.
Divanetti, baci, mojito e ballo. All’alba prima di salutarci ci scambiamo i cellulari. Io butto
subito il foglietto, anche perché sono brilla e poi quella è la routine delle mie sere in discoteca.
Nelle settimane seguenti non ci penso nemmeno. È stata solo una serata divertente come tante
altre, e lui come tanti altri mi ha fatto trascorrere dei momenti da regina.
Passa un mese e arriva il primo sms molto intrigante ed eccitante.
È lui. Vuole fare l’amore con me.
Rispondo di sì senza neppure ricordare chi fosse. Sono soltanto presa dal gioco. La settimana
successiva decidiamo di vederci, appuntamento al mare, a pochi chilometri da dove abito.
Che strano, penso. È inverno, al mare non c’è nessuno.
Mi accoglie sempre più bello e curato nei suoi abiti firmati e perfetti. Profumo buonissimo e
attenzione ai dettagli.
Trascorriamo due giorni di fuoco, sesso e sesso.
Mi lascia una sciarpa bellissima e un bigliettino da farmi piangere. Sparisce ancora nel nulla.
Un lunedì mattina mi chiede di saltare la lezione all’università. Mi vuole parlare. Io penso a
un’altra delle sue fantasie erotiche.
Mi dice che è un prete, che tra poco verrà trasferito in un’altra parrocchia e che non vuole
perdermi.
Aiuto, che faccio?
Un prete. Non parlo con i preti dai tempi delle elementari e dell’oratorio. E poi i preti non sono
tutti grassi, brutti, trascurati e puzzolenti nei loro abiti neri?
Ma chissenefrega che lavoro fa.
Tanto io a messa non ci vado, la chiesa non la frequento e non ho intenzione di sposarmi, ma
solo di divertirmi. Mica mi devo innamorare. E, a pensarci bene, l’idea che lui viva una realtà opposta
alla mia mi intriga ancora di più.
Ora fa il parroco in un paese qui vicino. Ci vediamo spesso. Lui ha preso per me una piccola
mansarda vicino all’università, dove mi raggiunge appena può.
Mi riempie di regali e di fantasie. Non possiamo vederci di giorno, ma per ora va bene così,
tanto prima o poi sarà mio. E se non sarà così non importa.»
Federica rimane senza parole. L’incontro con Erika l’ha colpita.
Un po’ per la sicurezza e la sfrontatezza. Un po’ per la sua giovane età.
Ma soprattutto perché Erika esce dal cliché della donna che cerca nel prete dolcezza, conforto,
sicurezza.
Erika vuole e trova soldi, regali, sesso, trasgressione.
Ma le sorprese per Federica non sono finite. L’ultimo incontro è con Carla.
Un incontro nato per caso. Federica è a cena in un ristorante con una amica. Carla fa la
cameriera. Non si vedevano da tempo. Erano rimaste in contatto attraverso Facebook.
A fine cena Carla siede al tavolo delle due donne. Ha quarantatré anni, sembra forte, poi man
mano che parla viene fuori tutta la sua fragilità, tra silenzi e sguardi in cerca di approvazione.
«Sono molto arrabbiata con la Chiesa e con le sue regole ipocrite.
Sono una ragazza madre.
Mia figlia non avrà mai un padre perché il padre è un prete.
Un prete che preferisce i vantaggi della Chiesa alla responsabilità di una famiglia. È un uomo
debole e senza palle. Si è divertito a venire a letto con me. Ora però ha paura della vita reale e di quella
che potrebbe essere la reazione della sua famiglia.
Avrei potuto far confusione, scrivere ai giornali. Conosco donne che l’hanno fatto. Io non lo
farò perché non voglio che mia figlia abbia un padre che non l’ha accettata fin da subito ma solo
quando è stato costretto.
Lui mi passa dei soldi, ogni mese mi chiede se ho bisogno, ma poi mi lascia sola a combattere
contro tutto e tutti. E pensare che quando l’ho conosciuto mi aveva promesso che avrebbe mollato tutto
per me.
Mi ha quasi costretto a far l’amore senza precauzioni perché si sentiva meglio e gli piaceva
così.
Ho pianto, l’ho scongiurato di lasciare tutto e venire a vivere con noi.
Ho provato di tutto ma lui non vuole, la sua famiglia non lo guarderebbe più in faccia, la sua
vita sarebbe stravolta.
Io sono qui che lo aspetto a braccia aperte, perché non ho mai conosciuto un uomo come lui.
Lo odio e lo amo. Corro a vederlo quando posso perché è solo con lui che vedo il mio futuro.
Lui viene da me tutte le domeniche sera.
Per mia figlia, per sua figlia, è uno zio simpatico e buono.»
Federica mi scrive alcune righe di commento a margine: «Tra una telefonata e l’altra con te,
Carmelo, mi ritengo una persona fortunata.
Il mio uomo ha scelto.
Penso che mai sarei rimasta in un tunnel buio. La mela mi piace mangiarla tutta, non solo
assaggiarla a piccoli morsi. Conosco e ho conosciuto tantissimi preti. Partono con grandi ideali e con
grande spirito, ma prima o poi si scontrano con la realtà della natura e di come Dio ci ha fatto.
Castrare un uomo e obbligarlo alla castità è contro natura. Per fortuna prima o poi il corpo si
ribella. Io a volte mi sento di ringraziare queste donne, perché con la loro pazienza e il loro silenzio
evitano tante deviazioni sessuali, come la pedofilia.
Ho conosciuto anche dei preti che a mio avviso non sarebbero in grado di fare nient’altro nella
vita. Si sono attaccati come zecche alla Chiesa per comodità, sfruttano la loro posizione, ma dentro
sono vuoti e tristi.
Ci sono molte altre donne che hanno storie nascoste con i sacerdoti. Ho accettato di aiutarti per
far sapere alla gente ingenua che dietro quella porta vicina a casa che chiamiamo chiesa c’è un mondo
nascosto».
Pochi giorni prima di Natale, Federica mi manda un messaggino.
La sua bambina è nata. La sua bambina è fortunata.
L’Italia è un paese vulcanico. Il magma trova sempre una bocca per venire in superficie.
Nel marzo del 2010 circa quaranta donne, amanti e compagne nascoste di preti, hanno scritto
una lettera aperta indirizzata al papa.
I giornali italiani non ne hanno parlato, la notizia è uscita solo su qualche sito, sull’agenzia di
stampa internazionale Global Post e sul quotidiano inglese «The Guardian».
Eppure quaranta persone che scrivono al papa firmandosi «le donne italiane dei preti» per
chiedere l’abolizione della rigida disciplina del celibato è un fatto senza precedenti.
Nella lettera, le donne si dicono «abituate a vivere nel-l’anonimato quei pochi momenti che il
prete riesce a concedere» e a vivere giornalmente «i dubbi, le paure e le insicurezze dei nostri uomini,
supplendo alle loro carenze affettive e subendo le conseguenze dell’obbligo al celibato».
Un celibato obbligatorio che viene definito dalle donne come un «lacerato sudario», mentre i
loro uomini potrebbero svolgere meglio il loro ministero di presbiteri se potessero vivere un
matrimonio.
«Sono risapute le ragioni che, a suo tempo, hanno spinto la gerarchia ecclesiastica a inserire
questa disciplina nel proprio ordinamento giuridico: interesse e convenienza economica. Poi il tutto nei
secoli è stato condito con una certa dose di misoginia e ostilità verso il corpo, la psiche e le loro
esigenze primarie.
È, dunque, una legge "umana", nel senso lato del termine. È da qui che bisogna partire, affinché
ci si interroghi se, come tutte le leggi umane, a un certo punto, in un certo momento storico, non sia il
caso di ridiscuterla e modificarla o addirittura, come auspichiamo, eliminarla.
Ma è possibile che non riusciate a vedere che il prete è dolorosamente solo? Ha un sacco di cose
da fare, che gli riempiono la giornata ma gli svuotano il cuore. Spesso neanche se ne accorge, preso
com’è dalle liturgie e dalle incombenze del suo ufficio.
E può capitare che tra le conoscenti ve ne sia una speciale che sembri, già a un primo sguardo,
fatta apposta per scaldargli il cuore, completando e arricchendo anche il ministero. È questo che
accade, molto semplicemente.
Ma la disciplina ecclesiastica dice: no, tu sei stato scelto per qualcosa di più grande. E lui si
sente mancare, perché non riesce a immaginare qualcosa di più grande di ciò che sta provando. Ma si
fida dell’obbedienza che ha promesso, pensando che rappresenti la volontà di Dio, il suo piano per lui e
per quelli come lui. Il celibe eroe torna quindi alla ribalta di un’istituzione che lo pretende così e
magari ha già pronta una promozione in cambio della necessaria separazione.»
La lettera è firmata: «Antonella Carisio, Maria Grazia Filippucci, Stefania Salomone, insieme
alle altre, anche a nome di tutti coloro che stanno soffrendo a causa di questa legge ingiusta».
Quindici
Ogni amore clandestino con un prete si porta in seno un dramma umano e familiare.
È solo questione di tempo.
La dolcezza, la sensibilità, l’ebbrezza dei sensi, il sesso scatenato, prima o poi lasciano il campo
a lacrime, notti insonni e psicofarmaci.
Christian ha trentasette anni e vive a New York. Fa il biologo marino.
È figlio del reverendo Marcel e di Judy.
Judy faceva l’insegnante nello Stato del Maine. Aveva ventotto anni quando ha conosciuto
Marcel, sacerdote in carriera, otto anni più di lei.
I due vivono una storia d’amore coinvolgente e tenera.
Poi Judy rimane incinta e le cose cambiano.
Marcel prende la macchina, la fa accomodare al suo fianco, le mette la cintura di sicurezza e la
accompagna in una clinica della città di New York.
Per farla abortire.
Ma all’ultimo momento lei non se la sente. Vuole tenere il bambino.
Il viaggio di ritorno verso casa è avvolto nel silenzio.
Lui guida e guarda dritto. Lei si sente morire.
Qualche giorno dopo Judy sente bussare alla sua porta. È un altro prete, ha un messaggio
dell’uomo di cui è innamorata, del padre del fagiolino che porta in grembo: «Lascia lo stato del Maine,
partorisci il bambino senza badare a spese e dallo in adozione».
Paga tutto la Chiesa.
Poco dopo, un altro prelato le mette in mano una busta con tremila dollari per sostenere le spese
mediche.
Judy respinge ogni offerta e porta a termine la gravidanza.
Dopo la nascita del bambino, Judy rimane a casa tre anni, poi riprende a lavorare come
insegnante e come assistente sociale all’interno della Chiesa.
Non svela a nessuno l’identità del padre. Almeno fino a quando il figlio compie undici anni.
Allora Judy trascina Marcel in tribunale e ottiene un risarcimento in denaro e un assegno
mensile da corrispondere al ragazzo fino a quando non avrà compiuto diciotto anni.
Nel 2008 Judy rompe il silenzio e racconta tutta la sua storia in un libro dal titolo Perfect: a
love story, un volume autobiografico scritto con nomi di fantasia.
Poi rilascia un’intervista televisiva in cui racconta ogni cosa del figlio e di quell’uomo che dice
di avere amato moltissimo e di amare ancora.
I due si sono rincontrati di recente nella casa di cura dove vive il sacerdote, che soffre di
Alzheimer e sembra ricordare ben poco del suo passato.
Judy è rimasta fedele alla Chiesa, dice di non avere nessun rimpianto ed è convinta che la sua
relazione segreta e la conseguente nascita di Christian siano state frutto del volere di Dio. È anche
sicura che se nella Chiesa cattolica non venisse imposta la regola del celibato, lei e Marcel si sarebbero
sposati e avrebbero cresciuto il loro figlio insieme.
Negli Stati Uniti le storie come questa sono una miriade.
Sono migliaia le vite di donne e soprattutto di bambini, molti dei quali ora adulti, sconvolte da
questo orribile segreto.
Sono tantissimi i preti playboy.
Sono pochi i preti che lasciano il sacerdozio per assumersi le loro responsabilità.
Che pronunciano e mettono nero su bianco la fatidica parola: dimissioni.
Tra questi, il vescovo James.
Nel 2002, James, cinquantanove anni, segretario di un cardinale e promettente esponente della
Chiesa cattolica americana, spesso ospite in Vaticano, ha lasciato il sacerdozio dopo avere ammesso di
avere avuto relazioni con più di una donna.
Nella lettera di addio ha scritto: «Per i primi vent’anni di servizio ho cercato di vivere una vita
casta e celibe. Con umiliazione e vergogna devo ammettere di non avere avuto successo e di avere
peccato. Per questo ho chiesto il perdono di Dio già molti anni fa. Ammetto di avere avuto una
relazione impropria con una donna quando lei aveva solo ventun anni e di avere avuto altre relazioni
sessuali con varie persone di sesso femminile».
Secondo alcune ricostruzioni, la Chiesa avrebbe scelto James come capro espiatorio per ripulire
la sua immagine durante il boom degli scandali sulla pedofilia, anche se non aveva commesso alcun
peccato legato all’abuso sessuale su minorenni.
In seguito, James si è sposato ed è diventato padre.
Alla stessa stregua, Robert, quarant’anni, primo vescovo ispanico degli Stati Uniti, ha dovuto
dare le dimissioni il 19 marzo 1993 dopo quasi vent’anni a capo dell’arcidiocesi di Santa Fe, nel New
Mexico.
La sua colpa: relazioni sessuali con almeno cinque donne.
Tre di loro hanno rilasciato un’intervista alla celebre trasmissione televisiva della CBS 60
minutes.
Cathy ha raccontato che, quando aveva diciotto anni, Robert l’aveva invitata in un campeggio
assieme a un’altra ragazza e di notte si era messo a dormire tra loro e le aveva toccato il seno. Parlando
della stessa notte, l’altra ragazza, Patty, ha detto di non essersi accorta di nulla finché Robert non si è
girato dalla sua parte e ha iniziato a baciarla.
Entrambe hanno detto di non avere mai avuto rapporti completi con l’arcivescovo, ma che nel
corso di parecchi mesi lui le ha più volte baciate e toccate. Patty ha dichiarato davanti alle telecamere
che, toccandole il seno, l’arcivescovo le ha detto: «Se tuo padre sapesse cosa si perde».
Un altro arcivescovo di Atlanta, Eugene Marino, ha dato le dimissioni il 10 luglio 1990 dopo
avere ammesso di avere avuto una relazione con una giovane parrocchiana di ventisette anni, Vicki,
con cui si era persino sposato in gran segreto nel gennaio del 1990 durante un viaggio a New York.
La donna aveva affermato di aver subito abusi sessuali da una suora quando era adolescente e di
avere avuto una bambina da un altro sacerdote. Dopo una lunga causa in tribunale in cui Vicki chiedeva
oltre due milioni di dollari per il sostentamento della bambina, l’esame del dna ha provato che il
sacerdote non era il padre.
Nonostante ciò la Chiesa ha accettato di pagare ugualmente un assegno mensile per la bambina.
Marino è morto per un attacco cardiaco nel 2000 all’età di sessantasei anni.
Se torniamo in Europa, scopriamo che in Francia, dal 1965 a oggi, ogni anno circa
duecentocinquanta preti danno le dimissioni.
Naturalmente anche in questo caso parliamo di stime e non di dati del Fondo Monetario
Internazionale.
La metà dei preti francesi che gettano la spugna lo fa per poter vivere alla luce del sole una
storia d’amore fino a quel momento clandestina.
Presumibilmente, il totale dei preti che, in un certo momento del sacerdozio, sperimenta una
frattura tra l’amore di Dio e quello di una donna o di un altro uomo è più alto.
Non tutti hanno il coraggio delle proprie azioni, come abbiamo visto e come vedremo in
seguito.
La Chiesa cattolica preferisce rimanere molto discreta sulla questione. La linea è questa:
chiudere uno o entrambi gli occhi fino a quando la doppia vita dei sacerdoti non diviene di dominio
pubblico.
Si faccia di tutto per evitare scandali.
I dati: in Francia diecimila preti avrebbero lasciato le loro funzioni a partire dal Concilio
Vaticano II del 1965. Viene da chiedersi: cosa fa un’azienda che in quarant’anni viene abbandonata da
una tale quantità di dirigenti? Per di più in un contesto di scarso ricambio generazionale, dato che il
crollo degli iscritti nei seminari è cosa nota.
Ebbene, pare che i vescovi abbiano aumentato le competenze dei singoli parroci rimasti.
Eri a capo di una parrocchia? Ne hai vinta una seconda.
E una terza, una quarta, una quinta, addirittura una sesta.
Scelta, questa, che ha modificato il rapporto tra il clero e i fedeli. Perché il curato ambulante
perde il contatto umano diretto con i parrocchiani. Che si allontanano.
Una reazione a catena che si ritorce contro la Chiesa.
In Francia, oltre alle ferite aperte sulla bioetica, la fecondazione assistita, l’aborto, l’eutanasia,
si registra un forte mal di pancia del clero contro l’obbligo del celibato e contro la decisione di
attribuire alle donne un ruolo secondario nell’organizzazione della Chiesa.
Sono nate così diverse associazioni cattoliche, le cui voci non allineate si levano alte contro la
gerarchia vaticana.
I singoli gruppi hanno un punto d’approdo comune su internet: Chrétiens en liberté, Cristiani in
libertà.
Provo a contattare una di queste associazioni, Prêtres en Foyer.
Mi risponde una donna, dico che sono un giornalista e che sto facendo un’indagine sulla
situazione dei preti cattolici in Francia.
Risposta: «Un attimo, le passo mio marito».
Arriva al telefono Claude Bertin, prete, pensionato, sposato, con due figlie e vari nipoti. È uno
dei fondatori dell’associazione Prêtres en Foyer, nata nel 1970 a Marsiglia per opera di Bob e Colette
Joubert. Il movimento raccoglie allo stato attuale una quarantina di aderenti e circa trecento
simpatizzanti, localizzati soprattutto nel sud-est della Francia.
Malgrado un forte mal di gola, Claude mi dedica un’ora del suo tempo e mi spiega la situazione
dei preti in Francia.
Dice che, rispetto all’Italia, il controllo del Vaticano sulla vita delle parrocchie è più basso.
È dunque più facile che si formino dei gruppi meno allineati. Ma anche tra quelli che restano
fedeli alle direttive romane ci sono comunque molti preti che si trovano in disaccordo con l’istituzione,
considerata «fuori tempo, superata».
Ma ciò che più colpisce gli osservatori francesi è il fenomeno della secolarizzazione del clero,
che lui definisce piuttosto di declericalisation. Ovvero la riduzione del clero classico che si occupa solo
di parrocchie e diocesi, in vista di un’integrazione dei preti, mediante il lavoro, nella società civile e
laica.
«I preti devono trovare la loro dimensione di lavoro e vivere nell’epoca contemporanea.»
Claude Bertin è una sorta di prete-sindacalista che crede e che combatte per la giustizia sociale.
La sua pensione, per dieci anni di vita di Chiesa, è di 42 euro al mese. A questa aggiunge quella da
prete-operaio, che deriva da più di trent’anni di lavoro in officina.
«La Chiesa non vuole che i preti fondino una famiglia, anche perché, con lo stipendio di un
sacerdote, non si è proprio in grado di assicurare la sussistenza di una famiglia.»
Dimostra un tale senso pratico che quasi mi coglie impreparato. Nei suoi discorsi la teologia
riesce a interagire con la lotta di classe e le battaglie femministe. Nel giro di un’ora mi parla del
concilio di Calcedonia (451 d.C., condanna della teoria del monofisismo di Cristo), di Trento (1545,
inizio della Controriforma), delle battaglie per il riconoscimento del valore del lavoro e della famiglia
anche per il clero.
Claude si è sposato con Michelle nel 1972 in comune, a Marsiglia. Poi ha ricevuto la
benedizione matrimoniale dagli altri aderenti al gruppo Prêtres en Foyer, con una cerimonia al di fuori
delle leggi del Vaticano.
Mi spiega che continua l’attività pastorale, esterna alle parrocchie, visto che da un punto di vista
canonico il matrimonio lo ha escluso dalla gerarchia ecclesiastica e non ha più il diritto di celebrare la
messa.
Dunque è attraverso le riunioni dell’associazione che avviene la condivisione di una fede che
non è più conforme alle direttive della Chiesa cattolica romana.
«Sono molti, da noi, i preti che non condividono le posizioni del Vaticano, soprattutto in
materia di educazione sessuale e di bioetica. La Chiesa si pone out of date rispetto alle tecniche di
inseminazione artificiale che i progressi scientifici oggi consentono.»
Claude Bertin chiude la nostra intensa conversazione auspicando un cambiamento necessario
delle norme vaticane. Mi ricorda come personalità importanti del calibro dell’abbé Pierre e di Hans
Küng si siano dette non ostili al matrimonio dei preti.
Ma il cammino è ancora molto arduo. Lo sa bene anche lui.
...
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...
FINE Parte 1.